Recensione di Ornella Mallo a “La città invisibile” di Guglielmo PeraltaPalermo, 27/10 /2026
Nel saggio sulla fiaba “Albero e foglia” Tolkien scriveva così: “Lafantasia è una naturale attività umana, la quale certamente nondistrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa l’appetito per laverità scientifica, di cui non ottunde la percezione.Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasieprodurrà. Un lampione elettrico può essere ignorato, per la sempliceragione che è insignificante e transitorio. Le fiabe, invece, si occupanodi argomenti più permanenti e fondamentali, come il fulmine. Autore oamatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti.”Sicuramente non si fa servo delle cose presenti Guglielmo Peralta, cheapre il romanzo “La città invisibile” dimostrando di amare la favola:“Inseguendo il Biancosogno caddi dentro il passaggio segreto. Miritrovai nella Città della scrittura […] Qui è la casa di Alice. […] Da ungrembo di luce esce il mio angelo. Mi viene incontro Alice a cavalcionidel suo Bianconiglio.” Sulla fiaba scrive espressamente, più in là, che“non ci salva dalla cruda verità; non ci salva dalle fatiche del quotidianoesistere, e, tuttavia è balsamo e oblio la piena immersione nel fantasticoPaese delle Meraviglie, alias Città della scrittura.” E sulla fantasia,nell’incipit del capitolo “Gli eroi e gli amanti” – sempre contenuto ne “Lacittà invisibile” -, il Nostro asserisce: “Rifletto sulla fantasia, che haceduto le virtù e le ali agli spazi virtuali e al metaverso: un mondodigitale, onnicomprensivo e parallelo al mondo reale e sempre di piùintegrato all’intelligenza artificiale, che va oltre la realtà e le visionifantascientifiche più audaci.”Dunque, la Fantasia di Guglielmo Peralta si ribella alla tirannia di unmondo cibernetico che ne scoraggia lo sviluppo delle virtù e il volo, purprendendo atto – razionalmente – del dilagare sempre più minacciosodi una vera e propria infodemia: la posizione del Nostro è esattamente in linea con la citazione di Tolkien riportata all’inizio, secondo cuifantasticare non è antitetico al ragionare. Per lo scrittore di Oxford laragione senza la fantasia rischia di inaridirsi e di sfociare nel biecomaterialismo: la fantasia opera, allora, una guarigione dello sguardo(Recovery) permettendo di ripulirlo dall’ovvietà, e di percepire la realtà,attraverso lo stupore, in modo più puro e autentico.Per Peralta è il sogno a rivestire questo ruolo: ne “La città invisibile”leggiamo: “grande si annuncia il mistero nella veste del sogno, che a suavolta si ammanta della nuda e cruda realtà”. Il romanzo si presenta allora come un’ulteriore evoluzione dell’intuizione filosofica della“Soaltà”, neologismo creato da Guglielmo che nell’opera eponima scrive:«Per comprendere i “sogni” e farne buon uso bisogna coltivarli colsenso della realtà che sola può rappresentarli. Usarli è coglierne i fruttidopo il loro innesto sugli occhi mondani. E un innesto è soaltà nata dal“sogno” e dalla realtà. Essa risolve nel rapporto di equivalenzal’opposizione tra i due termini antinomici costituendo con la realtà unnuovo dualismo che è, tuttavia, libero da contraddizioni. La soaltà, infatti, è una realtà che include il sogno come possibilità della sua stessaesistenza, come sua parte costitutiva, mentre la realtà è tale in quantolascia quel “sogno” fuori di sé.»L’intuizione della Soaltà avvicina allora Peralta, più che a Tolkien, – chesolo nella dimensione elfica apriva al “day dreaming” , ossia il sogno aocchi aperti – a Cervantes: ne “La città invisibile” il geniale autorepalermitano scrive su Don Chisciotte: «l’intrepido hidalgo, ‘antesignano’della soaltà, in quanto sognatore ad occhi aperti e abitati dal sogno, invirtù del quale egli ‘vede’ con il cuore una realtà trasfigurata […] che locattura con le infinite rappresentazioni che egli stesso crea e alle qualiegli crede con ferma coscienza. Chi più di lui è assennato e giusto in unmondo di predatori e di naufraghi, devastato dalla crudeltà,dall’irrazionalità e prossimo all’Apocalisse?»Già in Soaltà aveva scritto: «Questa bellezza che accende la sua luce inquel cielo di soaltà che è la realtà interiore “toccata” dallo s-guardo è il canto originario solo nel quale è possibile ritrovare la propria voce. Conquesta voce, con questo canto che se-duce la ragione e orienta l’azionedell’uomo è possibile fare breccia in un mondo che brucia la culturadello spirito a 451° Fahrenheit». Ne “La città invisibile” riprende eattualizza questo concetto alla luce delle pieghe pervasive edisumanizzanti che ha assunto il fenomeno dell’informatizzazione neinostri giorni. Nel romanzo leggiamo infatti: “E mi sovviene Montag diFahrenheit 451 […] convertito alla cultura dopo aver bruciato moltilibri. Ed ecco! Al ricordo associo il patrimonio letterario salvato daGranger e dai suoi compagni, custodi dei libri imparati a memoria pertrasmetterli alle nuove generazioni in un mondo libero dalla tirannide.Godo della poeticità del loro gesto e mi si apre dinnanzi una vastacampagna sotto un cielo di stelle.”Peralta richiama l’Umanità al valore della bellezza, di cui è custode laletteratura: “la bellezza risplende nell’infinita costellazione delle luciideali di cui i libri sono una proiezione”.La bellezza sicuramente non può salvare il mondo: “Tra Arte e vita c’èuna profonda cesura, una ferita, una lacerazione incolmabile. L’arte,che pure modella le sue creature, non possiede il soffio divino, principiodi vita.”Tuttavia, la lettura dei testi che della bellezza sono depositari puòtrattenere l’umanità dall’autodistruzione. Scrive sempre l’Autore: “Datoil brutto andazzo del mondo, non è difficile immaginare un’improvvisaDissipatio H G: un evento così ineluttabile, al quale ci si potrebbe solorassegnare.” Emblematiche le parole con cui Alice apostrofa il Nostronon appena lo incontra: “È ora che l’uomo s’interroghi sulle proprienefandezze piuttosto che sul senso della vita. A che pro la domandaesistenziale quando urge la risposta al dolore che egli procura a séstesso e agli altri senza una ragione?”Non è un caso che il primo personaggio che incontra Guglielmo,precipitando nella Città invisibile attraverso il passaggio segreto, sia Alice: sia l’uno che l’altra vengono risucchiati in una dimensione interiore, qual è quella dell’inconscio, da cui promana, per l’appunto, il sogno. Potremmo dire che in qualche maniera la favola di Alice vengaattualizzata da Peralta con il richiamo al pericolo di estinzionedell’essere umano che aleggia in questo momento storico: “tu potrestiscrivere la favola bella, esemplare, e insieme potremmo sperare nelcambiamento degli uomini […] La vita che imita l’arte supera lafantasia.”, dice Alice al Nostro.L’Autore sembra suggerirci che per fronteggiare questa nuova edrammatica realtà e per evitare che si realizzi l’Apocalisse, occorrecoltivare il sogno, che “tutto può con le sue infinite proiezioni”, liberarela fantasia imbrigliata e asservita agli algoritmi, e muoversi nella cittàdella Parola, in cui si dispiega l’Umanità tutta nella sua essenza. “Unuomo è gli altri, è tutti gli uomini”: il Bianconiglio cita Hawthorne eGuglielmo aggiunge: “suo è l’aforisma, dove colgo di riflesso l’essereonnisciente di Emerson, il quale ritiene che una sola persona abbiaredatto quanti libri ci sono al mondo, data l’unità centrale che è in essi.Qui è la chiave di tutto. Se un uomo è tutti gli uomini, egli è anche tutti ipoeti del mondo, che hanno composto tutti i poemi del passato, delpresente e dell’avvenire, che, secondo Shelley, sono episodi o frammentidi un solo poema infinito. Io, allora, sono l’unico Autore che in sé licomprende tutti.”Che cos’è allora la Città invisibile? È “la città della Scrittura”:quest’ultima “ha il potere di creare, di persuadere, di perdonare”.Nella città in cui essa ha luogo regna l’eterno: “Scrivere è non morire[…] E l’infinito della scrittura, che estende e rende sconfinata la Città, èla grande illusione dell’immortalità.” In questa città “tutto è parola”, e“l’anima anela a fare della parola la propria casa. […] Il cammino èl’immobilità assoluta. Qui si gode […] quando, sprofondando nellameraviglia abissale, ci si leva dentro in gran volo. […]” La Città invisibile“è come i luoghi che non abbiamo mai visitato e che perciò ci sembranoinesistenti, ma vederla, abitarvi, non è un’illusione. […] Sono dentro esto fuori”. Tutti questi dati ci confermano che il romanzo del Nostro è fortementeallegorico, e che la Città invisibile dimora negli abissi della nostraspiritualità, si raggiunge soltanto scavando dentro noi stessi, compiendoun viaggio che ha la dimensione della verticalità, che poi è ladimensione propria della poesia. Infatti, il secondo personaggio cheGuglielmo incontra è proprio Orfeo, il poeta per antonomasia, capace,con il suo canto, di ammansire le fiere e muovere le pietre. “La tragediacessa di essere tale quando si fa poesia e scrittura, e il suo fascino èirresistibile.”, scrive l’Autore. Non a caso, la città della Scrittura èavvolta da un “fecondo silenzio”, che predispone l’Autore al suo ascoltoe a uno sguardo “che vede più degli occhi”, “sorgente dei sogni edell’amore.” Silenzio, sguardo, ascolto, sogno precedono e intridono lacreazione della poesia.Ma Peralta, nel suo romanzo, non si richiama solo al figlio di Calliope:un altro grande poeta che affiora come rimembranza già nell’incipit èproprio Dante: il “Mi ritrovai nella Città della scrittura” ricorda ildantesco “mi ritrovai in una selva oscura”, anche se, nella visione diGuglielmo, nel non luogo in cui precipita “luce e tenebra coesistonocongiuntamente, contemporaneamente”. I riferimenti alla DivinaCommedia non si esauriscono in questo: il cammino di Peralta lungo le‘librevie’, ossia le strade che la attraversano, ricorda il viaggioultraterreno di Dante: “Inferno, Purgatorio e Paradiso sono i luoghilargamente abitati che si avvicendano e sono gli stati dell’animo umanoche s’intervallano e si riflettono nell’universo della scrittura, dove tu etutti gli altri personaggi siete a immagine e somiglianza dell’uomo”, diceil Nostro, protagonista assoluto del romanzo, rivolgendosi ad Amleto.Come il Sommo Poeta incontrava le anime, Guglielmo immagina diimbattersi in tutti i più famosi protagonisti dei capolavori dellaletteratura mondiale, che assumono la consistenza di ‘Ombre’, essendostate create dall’Uomo: le idee generatrici delle opere animate da questipersonaggi, sono racchiuse nell’”Ideoteca”, che custodisce quelle giàgenerate e “s’infinita delle nuove”. Delle tante figure che Peralta avvicina, molte sono dantesche: pensiamo, per fare un esempio, aBeatrice oppure a Paolo e Francesca: di questi ultimi, addirittura,‘Amos’, nome con cui si ribattezza Guglielmo, rivoluzionerà le sorti.Infatti, un’altra caratteristica de “La città invisibile” è quella di offrireall’Autore la possibilità, attraverso una “lingua” ingravidata dal sogno, eperciò “redenta, pura e innamorata, custode e dispensatrice di pace,giustizia e amore”, di trasformare in fausti i destini tragici e infausti ditanti personaggi della letteratura, di cui è talmente permeata la nostracultura, da far parte integrante della nostra vita interiore. Nella suailluminante prefazione, Marco Onofrio definisce la lingua “ipostasiperfetta della Soaltà”. Peralta la contrappone al “linguaggio”, che vieneassimilato invece a un “minotauro”, dalle forme “fameliche elabirintiche”: il filo che permette di strappare le vittime dai labirinti incui le ha recluse il linguaggio è l’amore.Ecco l’utopia che coltiva Peralta per ribellarsi a un mondo sempre piùdistopico e spaventoso: l’utopia del lieto fine, verso cui convergonomolti dei protagonisti dei capolavori letterari di tutti i tempi, da quellidel mondo greco e latino a quelli dei nostri giorni. Molti, ma non tutti: infatti, per vedere cambiate le proprie sorti, occorre che gli attantiabbiano compiuto azioni cruente solo per obbedire al ‘piano segretodella narrazione’, e non a causa della loro natura o personalità, ragionper cui l’Autore che originariamente li ha concepiti, non opporrebbe inastratto il suo dissenso a un esito felice. “A molti di noi è stata infusaun’essenza venefica”, spiega Amleto ad Amos.L’esempio più significativo può essere offerto da Paolo e Francesca, chePeralta lascia ascendere all’Empireo, liberandoli dall’Inferno, perchélegati da un sentimento purissimo d’amore, scevro da ogni libidine. “Midispiace, scrive Guglielmo, di non poter chiedere il consenso al sommoPoeta. Tuttavia, se preso da un’insostenibile commozione egli caddecome corpo morto cade, penso che non avrà nulla in contrario.” Dello stesso avviso era Ezra Pound che, immaginando di incontrareFrancesca, le dedicò i versi: “Io che ti ho vista / tra le cose primarie / ma dirai quando sentii il tuo nome / pronunciato in luoghi comuni.”Lo stesso stravolgimento di sorte toccherà a Romeo e Giulietta, ma nona Nastas’ja, protagonista dell’”Idiota” di Dostoevskij, che non potràsposare Myskin perché “non si può sradicare dal cuore di Rogozinl’amore per cui egli la uccise e liberarlo dal peccato”. Il Nostro rivisitaanche il mito di Orfeo, come Pavese ne “L’inconsolabile”, contenuto nei“Dialoghi con Leucò”. Con l’Orfeo di Pavese, Guglielmo condivide lacatabasi in una realtà sotterranea, quale è l’Ade, come lo è “La cittàinvisibile”, metafore entrambe dell’interiorità di ogni uomo. Tant’è chel’Orfeo di Cesare dice a Bacca: “Ero quasi perduto e cantavo.Comprendendo ho trovato me stesso”. Analogamente Peralta scrive: “Mi sorprendo a camminarmi dentro mentre cerco l’uscita” e non modificail destino del kafkiano Gregorio Samsa, che afferma: “Se ho accettato ladegradazione fino a trasformarmi in scarafaggio è per ritrovare in mestesso la via della purificazione”, cioè il compimento del Samsara.Ma mentre Pavese tratteggia un Orfeo conchiuso in sé stesso e nella suasolitudine, che volontariamente si volta indietro per non far ritornareEuridice, poiché “L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Iocercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato cheEuridice non sa.”, l’Orfeo di Guglielmo non trasgredisce il divieto divoltarsi, perché “la brama di contemplare l’amato volto, di carpirloall’oscurità profonda non si è mai spenta”; tuttavia, per una burla delloshakespeariano Puck, Euridice viene rapita da Amleto, e quindi alDivino Cantore non resta che ricambiare l’amore di Titania. Notiamocon quanta ironica inventiva vengano rimescolate tra loro le trame deicapolavori di tutti i tempi: l’ironia conferisce una leggerezza tuttacalviniana alla narrazione. Ma al di là del gioco scherzoso con cuiPeralta modifica le sorti, il messaggio è chiaro: ritrovare sé stessi nonbasta: occorre che la consapevolezza di sé si integri con l’apertura versol’Altro, data dall’Amore.Il sogno di Peralta è pregno di sentimento: Orfeo viene salvato da unasolitudine sterile e infruttifera, che poi è la solitudine da cui è afflitto l’uomo della società ipertecnologica. Continuamente nel romanzo siribadisce la forza salvifica dell’amore: è l’amore per la letteratura chesuggerisce a Guglielmo l’idea della Città invisibile, è il sentimentoamoroso, puro e pieno di trasporto, che redime i personaggi tragici e liconduce verso un destino di felicità: “Omnia vincit amor et noscedamus amori”, sentenzia Romeo. Scrive il Nostro: “la lingua ha uncuore, ne percepisco i palpiti. Essa crea amori infiniti che compensanoindefiniti dolori, possiede e ci fa dono di storie sempre diverse, invental’inverosimile rendendolo possibile.” La lingua permettel’innamoramento di Ofelia nei confronti di Amos. Non è una lingualaica: “essa ha fede in Cristo e nella sua Parola e indica la via dell’amoree della compassione, e anche in assenza di Dio non tutto deve esserepossibile, né nella vita vera né […] in questa che ne è solo l’imitazione.In questa lingua purificata, purgata dalle convenzioni e dall’arbitriosenza freni, dall’uso eccessivo e licenzioso del linguaggio, dall’abuso deldolore e della violenza, dobbiamo amarci, cercarci, ritrovarci;diversamente, solo ci resta il deserto e anche gli uomini, veri, sonoombre”.Come l’incipit, anche la conclusione del romanzo ricorda – anche se conesiti diversi – la favola di Alice: all’improvviso il nostro Autore si svegliae si rende conto di aver solo sognato. Emergono, però, durante il corsodella narrazione, le differenze tra il ‘Paese delle meraviglie’ di Carroll e‘La città invisibile’ di Peralta: la fiaba di Alice è governata dal nonsenso,e, per quanto “il nonsenso sia migliore dell’assurdità che regola lacondotta umana”, presenta tuttavia “un paradosso e una logica troppodistante dalla lingua incantata e governata dalla realtà del sogno”: eccoperché il destino di Alice è immodificabile. La città invisibile è governata dal sogno: “in essa nulla è ineffabile perché il sogno vince sulla fallace percezione, restituendo laconcretezza delle sue immagini, delle sue figure. Si fa esso stesso parola,corpo, anima, volto.” Pertanto, “La verità dimora nel sogno”.Ma, scriveva Nietzsche nei “Frammenti postumi”, “Chi vuol dare alla vita il significato più profondo avvolge il mondo di favole; noi tutti vi siamo profondamente intricati, per quanto ci sembri di essere spiriti liberi.” Qual è allora il significato profondo che vuol trasmettere Peraltaai lettori con il suo romanzo che oscilla tra la poesia e l’azionerocambolesca, tra la consapevolezza della realtà e la favola, auspicandoil trionfo della soaltà? L’idea nasce dalla preoccupazione per il futurodell’umanità, espressa nel romanzo proprio dall’Autore nella persona diAmos, quando afferma: “con i libri brucerà il mondo nell’infernonucleare. La bellezza non potrà salvare né essere salvata.” Non si trattadi una preoccupazione peregrina. Nell’interessante saggio “La morte delprossimo” Luigi Zoja scrive: “Ama Dio e ama il prossimo, diceva ilcomandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nelmondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina lalontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento sisvuota. Perché non abbiamo nessuno da amare.”L’Euridice de “La città invisibile” pare rispondere a questo assertoquando afferma: “la lingua redenta potrà salvarci e rispecchiarci;saremo, per sua virtù, destinatari e destinatori d’amore”; così dicendo,la ninfa commuove il Nostro con “la sua determinazione a operareproprio per il bene e la cura del prossimo”, prossimo che per la linguaesiste, non è morto, esattamente come non lo è Dio. È il “bene disseminato” che dà un senso all’esistenza, “compensa ildeserto di senso” dell’esserci, e consente “di far pratica di umanità”.“La violenza che, in tutte le sue forme, governa il mondo è sublimatadall’arte, dalla poesia, dai geni dell’immaginazione creatrice, che latrasferiscono nelle storie narrate, le quali edificano ed espandonoall’infinito questa Città.” Da tutte queste premesse, scaturisce allora larisposta che – alla preoccupazione dell’Autore – dà Montag, in cui siracchiude il telos del romanzo: “se il mondo sprofonderà in una notteinfinita, noi ci adopereremo affinché sorga un nuovo mondo, doveporteremo il nostro prezioso bagaglio di cultura. Saremo la memorialetteraria di una nuova società, di un’umanità migliore, amante della poesia e della bellezza. Una palingenesi di luce nuova metterà fine ainostri cuori d’ombra; saremo uomini-libro, ribattezzati nel nome dellaverità e della grazia. Sognare sarà il diritto e il dovere dei nuovi esseriumani, perché non c’è realtà migliore del sogno che apre gli occhi e lamente allo stupore.”Con queste parole di speranza concludiamo la nostra disamina.
Ornella Mallo

