Il centrosinistra si coalizzi per il referendum abrogativo
di Fulvio Fisicaro
La destra italiana non è nuova a derive maggioritarie in materia di legge elettorale. Nel 1923, quando a capo del Governo stava Benito Mussolini, l’art. 84 bis della Legge 18 novembre 1923 n. 2444 stabiliva che alla lista riportante almeno il 25 per cento dei voti e la maggioranza relativa nell’unico Collegio nazionale venivano assegnati i due terzi dei seggi alla Camera dei Deputati.
Oggi, l’art. 3 della Costituzione tutela tra i Diritti Fondamentali l’uguaglianza e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica di tutti i cittadini; l’art. 48 stabilisce tra i Rapporti Politici che ogni voto è uguale.
L’adozione di leggi elettorali nazionali o locali che implichino premi di maggioranza tradiscono i diritti costituzionali, creando disuguaglianza tra ogni singolo voto, a seconda se sia espresso in favore di una lista che partecipi all’assegnazione di un premio di maggioranza o no. Anche l’istituto dello sbarramento, espresso in un quoziente percentuale da raggiungere per ottenere l’ingresso in Parlamento, lavora nella stessa direzione.
I Padri della Costituzione avevano affermato lo spirito proporzionale del Parlamento della Repubblica; l’Assemblea Costituente era stata eletta con una legge proporzionale e lo stesso sistema restò in vigore fino al 1993. Nella legge elettorale della nuova destra contemporanea, l’antica vocazione maggioritaria riappare in tutta la sua forza. Uno stato autoritario, com’è quello nella visione della destra in Italia e delle destre di tutto il mondo, deve essere capace di alterare la rappresentanza in Parlamento del corpo elettorale per garantire la stabilità politica, necessaria a fare andare avanti lo Stato nella direzione stabilita dal Governo. In tal senso, il testo approdato alla Camera dei Deputati per la discussione prevede un cosiddetto “premio di governabilità”, così definito con molta fantasia; scatta al raggiungimento del 42 per cento e consente di trasformare in maggioranza assoluta una maggioranza relativa, anche se risicata. I sondaggi hanno permeato anche il tessuto legislativo: è noto che i più recenti indicano centrosinistra e centrodestra testa a testa prossimi al valore scelto nel progetto di nuova legge elettorale.
L’alternativa tra stabilità politica (o governabilità) e piena rappresentanza democratica è risolta dal Governo Meloni a favore della stabilità, a costo di sacrificare fette di democrazia. Questo ragionamento è sbagliato sin dalla base. In definitiva, le coalizioni non sono altro che insiemi di partiti liberi di entrare in conflitto tra di loro, fare cadere un Governo o porre fine ad una legislatura se lo ritengono conveniente, a prescindere da qualsiasi premio ottenuto: non c’è nessuna garanzia reale di maggiore stabilità. E comunque, la cosiddetta “governabilità” non è un valore tutelato dalla Costituzione; la rappresentanza lo è.
La nuova legge elettorale continua ad escludere le preferenze, confermando ai partiti il potere di scegliere tra la propria nomenclatura deputati e senatori. Il criterio venne introdotto, si disse, per limitare il voto di scambio; non è stata una scelta efficace. I filtri alle candidature sono del tutto personali e riservati ai segreti degli oligarchi, lontani e invisibili all’elettorato. In un certo senso, il rifiuto delle preferenze partecipa alla stessa natura del plebiscito in vigore dal 1927 al 1934, in cui l’elettore poteva solo confermare un solo listone.
Appare invece del tutto surreale la “proposta” del nome del futuro Presidente del Consiglio da dichiarare concordemente da parte dei partiti che formano una coalizione. La Costituzione non prevede alcuna subordinazione del Presidente della Repubblica nella nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri e non è chiara la natura del “suggerimento”. Il premierato, uscito dalla porta, tenta il rientro dalla finestra.
Si spera che il centrosinistra non si faccia ammaliare dalle eventuali opportunità di vittoria. Visto che il centrodestra ha in Parlamento i numeri per approvarsi questa legge elettorale da solo e di certo lo farà, cominciamo sin da subito a studiare le carte per una rapida indizione del referendum abrogativo di questo obbrobrio. La campagna referendaria sarà il grande veicolo di opinione per le prossime Politiche.
Palermo, 27 giugno 2026
