Di Fabio Gagliano
Siamo al primo maggio 2026 ed ecco un’altra Festa dei Lavoratori con le iniziative dei sindacati e il tradizionale concerto su Rai Tre e Radio Due.
La parola d’ordine di quest’anno, “lavoro dignitoso“, si riferisce ad una fase in cui l’occupazione precaria e sottopagata mina sempre di più il tessuto sociale, e i contratti pirata alimentano lo sfruttamento. I sindacati richiedono diritti e tutele, valore della contrattazione, dignità delle persone, qualità del lavoro insieme alla necessità di nuove politiche industriali e di investimenti capaci di generare sviluppo sostenibile e buona occupazione.
Anche se in 82 Paesi la Festa del Lavoro è una giornata di festa nazionale, negli Usa il 1° maggio è una festività dedicata alla primavera e alla “lealtà verso gli Stati Uniti”, ideata nel 1958 dal presidente Eisenhower che impose questa formula per evitare che la Festa del Lavoro diventasse per davvero “universale” unendo i lavoratori (evidentemente “socialisti e comunisti”) di ogni continente.
Ma la Festa del Lavoro nasce proprio in America: è stata infatti istituita in ricordo dei sanguinosi scontri del 1886 a Chicago tra polizia e manifestanti, che chiedevano maggiori diritti e, soprattutto, la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore (contro le 16 lavorate al giorno): molti manifestanti anarchici, furono poi condannati a morte. L’episodio è passato alla storia prendendo il nome di rivolta di Haymarket dalla piazza dove si teneva il mercato delle macchine agricole, dove avvennero gli scontri.
Ma perché le manifestazioni presero origine incentrandosi sulla giornata lavorativa? Questo ce lo aveva già spiegato Karl Marx nel 1849 nel suo famoso saggio “Lavoro salariato e capitale”. Nell’introduzione Engels spiega in maniera molto chiara la chiave di lettura di tutto il pensiero di Marx: l’operaio non è pagato in base a ciò che produce, al suo lavoro, ma per il tempo in cui mette a disposizione la sua forza lavoro, tenendo conto ovviamente anche del plusvalore. Ma il salario non è parte del valore del prodotto finale che il capitalista venderà sul mercato, infatti né il prodotto finale né il processo produttivo vedono partecipe in maniera attiva l’operaio salariato; egli è proprietario solo della sua forza lavoro che è costretto a vendere al capitalista per garantirsi la sua sopravvivenza. Non è un caso che Marx definisca infatti gli operai salariati come i “nuovi schiavi”. Marx, quindi definisce scientificamente il concetto di salario: esso è una somma di denaro determinata in base al tempo (giorni, mesi, settimane, etc.) di utilizzazione della forza lavoro, in parole semplici è il suo prezzo. Ed esso non dipende dal valore della merce una volta venduta sul mercato. È un valore già prestabilito al momento in cui il capitalista compra la forza lavoro dell’operaio.
Nel IV capitolo, Marx spiega che se aumenta il capitale aumenta anche la forza lavoro e di conseguenza ci sarà una maggior richiesta di chi la può produrre, cioè il proletariato, la classe operaia. Di conseguenza, stando alle leggi di domanda e disponibilità, aumenterà quindi la domanda di lavoro e anche il prezzo della forza lavoro. Tuttavia l’operaio non godrà di una maggiore soddisfazione sociale, in quanto il valore del suo salario sarà si aumentato ma in maniera diseguale rispetto al valore del capitale, che in relazione avrà registrato un aumento molto più grande. E qui dobbiamo fare un’importante distinzione tra salario reale e salario nominale. Il salario reale infatti corrisponde alla quantità di merci che io posso realmente comprare con una determinata somma di denaro (potere di acquisto); il salario nominale, invece, è la somma per la quale l’operaio si vende al capitalista.
In sintesi, abbiamo 3 possibili scenari:
1. L’aumento del salario nominale, accompagnato solitamente anche da un aumento delle merci sul mercato (aumento del capitale), comporta nella maggioranza dei casi una diminuzione del salario reale.
2. Il salario nominale non aumenta affatto e rimane invariato, mentre il valore di scambio del capitale aumenta in maniera spropositata, provocando una diminuzione ancora più grande del salario reale; questo è anche il caso più probabile.
3. Nel peggiore dei casi, nonostante il capitale registri un notevole aumento di valore, il salario nominale potrebbe addirittura diminuire provocando così una discesa ancora più rapida per il salario reale; in sostanza peggiori condizioni di vita per il proletariato e per le masse lavoratrici.
Anche nel miglior dei casi l’operaio vede sempre un peggioramento delle sue condizioni di vita, in quanto diventa ancora più diseguale il rapporto tra la ricchezza dell’operaio e la ricchezza del capitalista.
E questo è il fulcro che consente l’esistenza stessa di una classe privilegiata e una classe sfruttata, il principale cardine su cui poggia tutto il sistema capitalista: il diseguale e inverso rapporto di valore tra capitale e lavoro. All’aumentare del profitto, quella parte che si aggiunge al capitale e va a costituire il capitale accresciuto, diminuisce il salario reale e aumenta il potere dei capitalisti sulla classe operaia.
A questo punto è quindi palese che l’abbattimento del capitalismo potrà avvenire solo eliminando il profitto, ma, nello stesso tempo, sorge anche spontaneo chiedersi quale possa essere una soluzione alternativa. In questa opera, però, Marx si limita a questa aspra critica del sistema capitalista.
Ai nostri giorni, al netto del terremoto economico provocato dalle guerre, QUANTE SONO, OGGI, LE ORE LAVORATE NEL MONDO? Dal XIX secolo a oggi molto è cambiato: la cultura, le leggi, il lavoro, i diritti, la consapevolezza. Ma ogni progresso sul fronte dei diritti dei lavoratori è costato caro, e la lezione della Storia è che “nulla è mai acquisito per sempre”. In un’economia che cambia velocemente regole e strumenti, ogni diritto delle fasce più deboli, i lavoratori, quelli precari, quelli che dipendono da uno stipendio a fine mese e quelli che un lavoro non ce l’hanno, va “presidiato” e difeso, se necessario.
Tra le bandiere delle prime rivendicazioni, a molti potrebbe sembrare che “la battaglia delle ore di lavoro” sia vinta definitivamente, salvo poi riflettere sulle infinite varianti del lavoro atipico o sulla pratica diffusa degli straordinari non retribuiti.
Secondo uno studio della Confartigianato di Mestre dal 2007 al 2018 c’è stata nel nostro Paese una diminuzione delle ore lavorate. Inoltre la bassa crescita del Pil registratasi negli ultimi 12 anni ha condizionato anche la qualità dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro.
I dati più recenti sul mercato del lavoro italiano (aprile 2026) dipingono una situazione complessa, in cui l’occupazione generale mostra segni di rallentamento o calo, influenzando anche le tipologie contrattuali. [1, 2]
Ecco i punti chiave emersi dai dati Istat e da altre analisi:
- Calo dell’Occupazione e del Tempo Pieno: A marzo 2026, si è registrato un calo di 12 mila lavoratori rispetto a febbraio e di 30 mila su base annua, con una tendenza che vede una contrazione sia del tempo pieno che di alcune forme di tempo determinato.
- Boom di Partite Iva e Instabilità: Nonostante la riduzione complessiva dell’occupazione, crescono le partite IVA (+125mila in un anno) e l’inattività, mentre si evidenzia una crescente fragilità del mercato del lavoro.
- Differenze di Genere e per Tipologia: Rispetto al periodo pre-pandemia (2019), i lavoratori a tempo parziale sono diminuiti mentre quelli a tempo pieno sono aumentati tra i dipendenti, in particolare per le donne, la cui occupazione a tempo pieno è cresciuta del 13,1%. Tuttavia, i dati più recenti di marzo 2026 mostrano un nuovo e diverso calo complessivo.
- Part-time Involontario: L’Italia presenta una elevata percentuale di part-time involontario (8% contro il 3% della media UE), che colpisce soprattutto le donne.
- Invecchiamento e Prospettive: L’età media dei lavoratori dipendenti ha superato i 41 anni nel 2024. Le proiezioni indicano una forte diminuzione della popolazione in età lavorativa entro il 2060. [1, 2, 3, 4, 5, 6]
In sintesi, mentre nel medio periodo (post-pandemia) c’era stato un aumento dei lavoratori a tempo pieno, i dati più recenti del 2026 segnalano una fase di indebolimento del lavoro stabile e una crescita dell’inattività e delle forme di lavoro autonomo. [1, 2]
Fonti:
- 1- www.editorialedomani.it/fatti/occupazione-inattivi-donne-giovani-esclusi-dati-istat-dtwmpz0n
- 2- Sharing TV Europa’s Post
- 3- https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/primo-maggio-non-ce-nulla-da-festeggiare-ox076n0c
- 4- https://www.consiglieradiparita.regione.lombardia.it/
- 5- www.ilsole24ore.com
- 6- https://lespresso.it/c/economia 2026/4/30/istat-lavoro-occupazione-dati-marzo-febbraio/61713
Fonte immagine: WEB (Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license)
