di Antonella Chinnici

Recensione di Ornella Mallo 17/05/2026

Scriveva Charles Baudelaire ne “Lo spleen di Parigi”: «Ebbri bisogna esserlo sempre. Tutto qui: ecco l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del tempo che schianta la schiena e schiaccia a terra, bisogna ubriacarsi senza tregua. Ma di cosa? Di vino, di poesia o di virtù, non importa. Ma ubriacatevi. E se a volte, sugli scalini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, o nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate nell’ebbrezza già diminuita o stranita del tutto, chiedete al vento, all’onda, alla stella, a ogni uccello del cielo, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta o che parla, chiedete che ora è; allora il vento, l’onda, la stella, ogni uccello, l’orologio, vi risponderanno: “È l’ora di ubriacarsi! Per non essere più gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi; ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia, di virtù, non importa di cosa.”» Il richiamo a questa famosa citazione di Baudelaire scaturisce dalla lettura del dovizioso saggio sul vino di Antonella Chinnici, intitolato “Pagine di vino”. Questa antichissima bevanda, ottenuta dalla spremitura dell’uva, legandosi alla convivialità, all’augurio e alla fiducia in un futuro ridente, simboleggia da sempre uno stacco in un presente altrimenti piatto e noioso, imprigionato nel “politicamente corretto” e perciò sterilmente privo di creatività. Nell’opera che mi accingo a recensire sono contenuti – intrecciati tra di loro – riferimenti a tutti e tre gli elementi di cui, secondo Baudelaire, occorre ubriacarsi: il vino, la poesia, la virtù. Nell’incipit dell’opera, infatti, Chinnici scrive: “Versi vinosi da sempre e pagine vinose da quando le Muse impararono a scrivere”, evidenziando come il binomio tra letteratura e vino sia antichissimo, addirittura risalga a Noè, che coltivò la vite sul monte Arat e sulle colline caucasiche dopo il disastro diluviano, circa 7000 anni prima di Cristo. Anche Mosè fu un esperto viticoltore, e nella Bibbia vino e vite sono un autentico filo conduttore. Anche in Persia, già nel 7000 a.C., si produceva il vino, e nell’estremo Oriente, fin da tempi lontani, si dedicavano poesie alla bevanda estratta dall’uva. L’Autrice cita, ad esempio, versi tratti da “Ricordo d’un addio in una taverna di Nauchino” del poeta cinese Lipo (701 d.C. – 762 d.C.). Nei Vangeli, sottolinea la Nostra, non viene consacrato il sangue di animali sgozzati, “ma, un liquido, sanguis uvae viene da Cristo offerto e fatto simbolo del suo profondo sacrificio con queste parole: hic est enim calix sanguinis mei. Al posto del sangue d’agnello della Pasqua ebraica, ora, si assimila il vino al sangue e lo si offre insieme al pane. […] Ovvero, assieme al pane, alimento principe che da sempre nutre, ora, nel sacrificio di Gesù, il vino dà la vita e la salvezza.” In una poesia contenuta nella raccolta “Ancestrale”, Goliarda Sapienza, nota scrittrice siciliana, scriveva: “Non scherzare di notte fuori dall’uscio / il vento di scirocco porta profumo / di zagara e di mosto, fa cadere / le ragazze ferendole alle cosce.” I versi di Goliarda dimostrano come in Sicilia il vento di scirocco trasporti – insieme all’odore di zagara – l’odore del mosto, e Antonella Chinnici, nel suo excursus sulla storia del vino, rileva come il binomio tra Sicilia e vino sia inscindibile sin dai tempi dei Fenici che, ben 2000 anni prima di Cristo, importarono nuove piante di Vitis vinifera sativa assieme a innovative tecniche di coltivazione. Ma una vera e propria “civiltà del vino” si riscontra nell’isola con la colonizzazione greca, e trova testimonianze anche nel mito: basti pensare che Dioniso, dopo avere attraccato a Naxos, insegnò ai Siciliani a coltivare la vigna “desideroso di far conoscere il vino ed il suo inebriante potere”. Ma il legame tra la Sicilia e il mito di Oresteo farebbe risalire la coltivazione della vite e la conoscenza della bevanda ricavata dall’uva addirittura ai tempi di Noè: infatti, secondo un passo di Ateneo di Naucrati -erudito del II e III secolo d.C. –, un ceppo di vite fu coltivato per talea ai piedi dell’Etna proprio da Oresteo, figlio di Deucalione, unico sopravvissuto al diluvio del mito pagano insieme a Pirra. “L’origine del vino anche nell’antichissimo mito greco, proprio come nel testo sacro della Bibbia, è legata ad un evento diluviano e, quindi, come nel mito ebraico così nell’antropogonia greca il vino è la nuova bevanda di una nuova stirpe umana generatasi dopo tragici eccessi d’acqua!” Dicevamo dell’inebriamento da vino che Dioniso intendeva far conoscere ai Siciliani. I Greci operavano un distinguo tra l’ek – pinein, ossia “il tracannare il vino tutto d’un fiato”, da cui scaturisce l’ubriachezza smodata degli stolti, e l’ebbrezza che discendeva da un consumo accorto del vino. L’Autrice sottolinea che il vino già in tempi antichissimi andava sorseggiato, “era regola che fosse bevuto in un massimo di tre coppe e sempre mischiato”. Chinnici rileva che nel canto X dell’Odissea di Omero, dedicato allo sbarco degli Achei nella terra dei Ciclopi, ossia in terra etnea, “Ulisse, per salvarsi dall’antropofago e terribile Polifemo, come una sorta di sommelier ante-litteram offrì al gigante etneo vino puro per addormentarlo e sottrarsi a quel destino di morte già toccato ai suoi compagni”. Da incivile qual è, Polifemo beve vino “àkreton”, ossia “non mescolato”: «bere vino “non mescolato” è, per i Greci già di Omero, un marcatore identitario d’una appartenenza ad uno stadio della vita da incivili, opposta a quella degli uomini civili per i quali “mescolare” è imprescindibile.», scrive la Nostra. Notiamo come l’Autrice non inviti affatto a un consumo irresponsabile del vino, ma virtuoso. Ecco che si chiude il cerchio con quell’ubriachezza di virtù di cui parlava Baudelaire nella citazione riportata all’inizio. Nel culto di Dioniso, il dio che scioglie le inibizioni e unisce l’uomo alla natura, l’ebbrezza aveva un valore religioso: chi beveva non si perdeva, semmai si trasformava. Il razionale si allentava, la mente si apriva, e l’uomo, disarmato, poteva toccare il divino. Nei Misteri Dionisiaci, il vino era simbolo del sangue e della vite, sacramento di una verità che non si apprende, ma si sperimenta. L’assottigliamento della coscienza indotto dal vino, fa sì che l’uomo smetta di fingere, e riveli, attraverso le parole, quella verità che, nei momenti di sobrietà, con le stesse parole viene celata. E forse è per questo che l’antico greco, più di ogni altro, ha compreso il vino come strumento di rivelazione, un ponte fragile tra l’umano e l’invisibile. Se l’Odissea contiene un’importante testimonianza dell’esistenza di una civiltà del vino nella Sicilia della Magna Grecia, un altrettanto evidente riscontro dell’apprezzamento dei vini siciliani da parte dei Latini che si insediarono nell’isola dopo i Greci, è rilevabile nell’Eneide. Nel V canto Enea si reca ad Erice, dove erano sepolti i resti del padre, e rivolto ad Anchise, beve due coppe di vino in segno di saluto: in questo caso, “La bevanda di Bacco è legata ad un’attestazione di pietas filiale di assoluta sacertà”. Nel suo excursus sulla storia del vino, focalizzato in particolare sul legame che unisce quest’ultimo alla terra di Sicilia, Antonella Chinnici scandaglia con acribia tutte le testimonianze offerte dalla letteratura al riguardo dal ‘700 ai nostri giorni. Si va dalla citazione dei versi dedicati al vino dai poeti arabi che vissero nell’isola, ai letterati siciliani, a partire da Meli a finire con gli autori contemporanei. Attraverso questo scandaglio emergono le tante variegature di significato che acquista il vino a seconda dell’ambiente in cui viene consumato. L’indagine sul vino condotta dall’Autrice assume dunque connotazioni di carattere storico, sociologico, culturale. Si va dalla “frenesia e caoticità di tante movimentate scene da taverna” riprodotte da Meli in “Sarudda”, alla malinconica immagine della pianta del vino riprodotta da Verga nell’epilogo de “I Malavoglia”: Chinnici evidenzia come nel capolavoro verghiano la figura di Rocco Spatu sia “prototipo d’un’esistenza disgraziata, quella dell’ubriacone del paese”, che annega nel vino “l’essere stato, da sempre, un vuoto a perdere”. La Nostra prosegue con Martoglio, nella cui opera il vino è “rifugio di malinconici stati di solitudine”; con Pirandello, che in “Liolà”, “La Giara”, ne “Il vitalizio” e ne “’U Ciclopu” – trasposizione in dialetto dell’opera “Il Ciclope “di Euripide, ambienta il consumo del vino nelle campagne, rilevandone così non solo l’aspetto giocoso, ma anche quello sacrificale, dal momento che la produzione di questa bevanda discendeva dalla fatica dei contadini: “il vino, scrive l’Autrice, si fa generatore di gioia delirante, quasi infantile, e marcatore […] di quella capacità, d’una sorta di resilienza sodale e condivisa tra gente contadina che fa esitare in un liberatorio clima di spasso e allegrezza sfrenata […] un’altrimenti monotona vita di stenti e vessazioni.” Chinnici cita Quasimodo, e le sue traduzioni del greco Alceo; Ercole Patti, la cui scrittura “vinosa” […] rende conto di “ogni sensazione tattile o olfattiva” […] “di un giorno in cui si celebra un rito sacro, quello dell’uva che si fa mosto, […] che diffonde una tranquillità pervasiva ad un lavoro stancante, ma non nevrotizzante”; Tomasi di Lampedusa, che ne “Il Gattopardo” “ripensa, a tratti, a vite e vino ora come momenti di realtà, ora come metafora di situazioni astratte come l’amore, o come discrimine tra eleganza e raffinatezza di contro a rozzezza e villania, anche e prima di tutto, della mente e dell’anima.”; Brancati, che associa tale bevanda non al sacro vincolo maritale, come Tomasi di Lampedusa, ma all’altrettanto religioso – in senso laico – vincolo amicale; Consolo, nelle cui opere il vino “crea momenti di conforto condiviso nella dura lotta per le terre occupate e nell’ostinazione dei contadini siciliani.”. In Giankarim De Caro, invece, il vino “non accompagna mai cibi raffinati in decorosi banchetti, è vino di bassa qualità sempre bevuto assieme a cibo comune”, […] “frugale cibo d’umile taverna”, “marcatore d’una condizione lontana da ogni senso di civiltà e umanità autentica”. Sempre a contesti di disumanizzazione si lega il consumo del vino in “Varsalona, l’ultimo brigante” di Vito Lo Scrudato: sottolinea l’Autrice come “il vino scorreva assieme al sangue che pure abbondante si versava nelle criminose avventure dei prepotenti briganti che terrorizzavano nella nostra Sicilia […] gente di campagna presso cui i malavitosi si rifugiavano nelle fughe e da cui, in questi pretesi soggiorni, estorcevano tra l’altro cibo e abbondante vino.” Invece, nella raccolta di racconti “Le porte di Camico Soprana”, sempre di Vito Lo Scrudato, “il vino”, scrive Chinnici, “è protagonista di buffi e parossistici momenti di vita paesana di personaggi che, nella loro asfissia e miseria esistenziale, sono sempre pronti a rintuzzare il proprio e l’altrui piacere cercando sempre di consegnare la propria esistenza ad un destino di […] grigiore di giorni sempre uguali tra i quali non c’è posto né per sentimenti profondi, né tanto meno per momenti di vero ed oblioso piacere”. «In una cultura che resta ancora quella della ‘civiltà della vergogna’», il vino viene sì prodotto in quanto fonte di reddito, e usato per festeggiare eventi importanti o suggellare accordi, ma «è un piacere verso cui nutrire, come per altri, una sentita o ostentata diffidenza.» La disamina dei diversi contesti sociali in cui si consuma vino si conclude con un focus sui Florio: nella Palermo di fine Ottocento, “diventata una sorta di Villa Lumiere del Mediterraneo”, giungevano, invitati da Ignazio e Franca Florio, le più importanti personalità europee, dal Kaiser Guglielmo II nel 1896, a Rothschild, che curava a Vienna gli affari della famiglia Florio. In questi ambiti, il vino “scorre abbondante a marcare straordinarie doti di mondanità”, arricchendosi altresì di significati augurali. “È nell’immaginario collettivo radicatissimo, da sempre, e nella cultura siciliana assai pure, il legame tra il vino e l’augurio, tra il vino e la speranza d’un futuro migliore.” Testimonianza del legame simbiotico tra il vino e la cultura siciliana è anche “il cunsulu”, ossia il “pasto offerto da parenti o amici a chi ha subito una perdita”. “Il vino nel cunsulu”, scrive l’Autrice, “lenisce la pena di chi è affranto dalla perdita mentre evoca pure […] quel dio che si lascia mangiare e bere nel vino / sangue proprio per recuperare la propria sacertà divina e la conseguente immortalità”. Del resto, evidenzia l’Autrice, anche nella lontana civiltà islamica, pur vigendo il divieto coranico di bere alcoolici, è presente un ‘simbolismo bacchico del vino al fine di individuarne l’ebbrezza mistica’. Chinnici non trascura l’utilizzo del vino in cucina anche sotto forma di aceto nelle portate a base di agrodolce. A tal uopo cita Simonetta Agnello che, in “Un filo d’olio” e ne “Il pranzo di Mosè”, parla, per esempio, della “caponata” e “della miscela di aceto e zucchero squagliato che dà un liquido dorato […] tutto dipende dall’aceto e ogni aceto è diverso.” Il saggio sulla diade vino – Sicilia si conclude con un capitolo dedicato ai proverbi siciliani. La professoressa Chinnici ne cita diversi, tra questi io ne riporto uno in particolare: “U vino fa cantari / l’acqua fa allintari.”, ossia “Il vino fa cantare, l’acqua fa infiacchire”, che parrebbe fare riferimento all’indebolimento dell’autocontrollo indotto dal vino, che produce come conseguenza il ‘cantare la verità’. Dicevamo innanzi come i greci incentrassero proprio su ciò il culto di Dioniso, e al tal proposito l’Autrice ricorda il poeta siracusano Teocrito, vissuto ai tempi della dominazione greca, e i suoi idilli, trascritti nella traduzione di Romagnoli: “nel vino caro fanciullo si dice la verità: ed anche noi che siam briachi, dire dobbiamo il vero.” “Pagine di vino” offre una lettura godibilissima, essendo un’opera scritta con un linguaggio sì ricercato, ma assai scorrevole, proprio per catturare e tenere desta l’attenzione dei lettori. Chinnici riesce, grazie al pathos con cui innerva la sua scrittura, a “erotizzare”, per dirla con Recalcati, la storia del vino, ossia a renderla seducente, accattivante. E a proposito di eros, l’Autrice non trascura, anzi esalta un ulteriore aspetto del vino, ossia quello sensuale. Nella sua carrellata di letterati e letterate siciliane, infatti, stralcia una scena di amore saffico da “L’assaggiatrice”, di Giuseppina Torregrossa, in cui il vino, con il suo potere dionisiaco, suggella un legame erotico tra due donne stanche e deluse: «Adelì, se mi dai il vino buono, ti faccio provare un massaggio che io lo chiamo “le mille e una notte” […] ti apro una bottiglia che si chiama come il tuo massaggio, vino rosso e denso come il sangue, che Dracula noncapirebbe la differenza.» Questo stralcio mi ha ricordato la poesia “Invito” di Forugh Farrokhzad, poetessa iraniana del Novecento, e il riferimento mi pare pertinente dal momento che rilevavamo come già l’antichissima Persia producesse questa bevanda. I versi iniziali della poesia succitata sono così sensuali da essere un perfetto controcanto allo stralcio di Torregrossa. Dicono così: “L’incanto dei miei occhi ti perverte, e so bene / perché mi dici invano di avere un cuore d’acciaio. / Ma non sai, non sai che oltre a questi occhi seducenti / nel calice delle labbra ho un vino che stende un uomo.”

(Fontr immagine: Antonella Chinnici)