In una celeberrima poesia, Fernando Pessoa scriveva che “Tutte le lettere d’amore sono / ridicole”, intendendo però l’esatto contrario: “Ma, in fondo, / solo quelli che non scrissero mai / lettere d’amore / sono, sì / ridicoli.”; e aggiunge: “Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo / senza accorgermi / lettere d’amore/ridicole.”
Chiaramente, a rendere ridicole le lettere d’amore, è la delusione della fine. Ma l’innamoramento rende impellente e necessario il bisogno di parlare all’Altro per instaurare con quest’ultimo una corrispondenza o una relazione; in sua assenza, di scrivergli, sia nel corso della storia, sia quando quest’ultima è giunta alla fine. Scriveva Bobin: “Pochissime vere parole, si scambiano ogni giorno, davvero poche. Forse ci si innamora soltanto per cominciare a parlare davvero.” E sulla ricerca della parola amorosa autentica, “la parola che sa dire – il vibrare / senza rivelare”, superstite “ramo […] dove l’attracco risulta possibile”, si impernia la silloge “Carteggio d’amore” di Luisa Trimarchi. Nella sua indagine sull’amore, l’Autrice racconta di quest’ultimo il ‘kairos’, ossia “l’attimo esatto in cui / la linea dell’orizzonte si tuffa nella notte / certa delle mani ingorde che si cercano / della lingua che si trova.”: quel momento di pienezza che, in quanto tale, spesso si dissolve nel tempo, e viene seppellito sotto cumuli di meschinerie e bugie, come leggiamo nella poesia “Ombre”: “io e te – / uno di fronte l’altro / annodati – denudati / di menzogne – vestiti / d’incanto.”
L’amore dovrebbe essere il sentimento che sveste le anime degli amanti di tutte quelle maschere e sovrastrutture che impediscono loro di conoscersi nella vera essenza: “raccontami / nel silenzio in questo tempo dove tutto / vive – dilatato da un’unione perfetta. // (il sangue rappreso testimone di un patto / inscindibile – come i bambini che bucano / le dita per giurare amicizia – per sempre)”. Un sentimento che trova un suggello del suo ‘insemprarsi’, per dirla con Dante, nella “parola / perfetta – quella da portare insieme / nell’aldilà. // Noi.”
Purtroppo, però, gli esiti delle storie d’amore non sempre sono fausti come si vorrebbe. A volte l’epilogo è doloroso e conduce a una frattura. Allora, le lettere d’amore che gli amanti si sono scambiati si mostrano in tutta la loro vanità, inconsistenza. In parallelo con Pessoa Luisa Trimarchi parla di lettere d’amore “carbonizzate”, intendendo dire, però, anche lei, l’esatto contrario. Scrive infatti: “Ho bruciato lettere d’amore / carbonizzate lungo le scale / per indicare come le parole / restino intatte – storie inesatte / di oggetti – in una natura morta / come vita cristallina / cristallizzata.”
Le parole d’amore restano “oltre ogni rimpianto”, “oltre ogni fremito compianto”, così come resta “L’amore – la nudità di averlo / inspiegabilmente voluto.” “Scompariamo” noi uomini “in un rogo di lettere”, in quanto esseri mortali: è la vita a rivelarsi “una menzogna”, dileguandosi nel tempo di un sogno: “(era il tempo di un sogno il tempo / concesso – mormora l’uomo seduto – / memore dell’antica bellezza dissolta)”, scrive la Poetessa. “Spenti attraverso il tempo / scompariamo senza alcuna / vera sapienza.”, leggiamo, “Come l’intento fosse / solo consumarsi / senza mai bruciare / ardere d’ardore / amare di solo amore.”
Se l’arco della vita è talmente breve da vanificare la vita stessa, soltanto nell’amare è possibile trovare origine, senso e fine alla nostra esistenza, come leggiamo nella bellissima dedica ai figli che apre l’opera poetica: “Ad Andrea e Gabriele, / perché sappiate come tutto ha inizio dall’amore e nell’amore / confluisce, senza mai davvero finire.” Ancora una volta, dunque, l’Autrice scrive della finitezza della vita per affermarne l’eternità. Vengono in mente i bellissimi versi di Ghiannis Ritsos, tratti dalla poesia “Augurio di buon viaggio”, in cui una donna, di fronte a dubbi e separazioni, “non depone le armi” e dice: “non ho bisogno di nessuno. Io sollevo / la grande scala di corda. L’appendo all’albero, / […] solo per salire, / e così, nascosto tra il fogliame folto, so / che da qualche parte, al mio posto vuoto, è rimasto / un uccello timido che canta instancabilmente / il canto immortale della nostra mortalità.”
“Carteggio d’amore” si rivela essere, allora, un’anatomia del sentimento amoroso, che in quanto tale è muto e non ha corporeità, ma che trova la sua espressione nel linguaggio e nei corpi degli amanti.
A tal proposito, scrive Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso”: “I segni verbali avranno il compito di tacere, di mascherare, di imbrogliare le cose […] Potenza del linguaggio: con il mio linguaggio io posso fare tutto: anche e soprattutto non dire niente. Io posso fare tutto con il mio linguaggio, ma non con il mio corpo. Ciò che riesco a nascondere con il mio linguaggio, il mio corpo lo dice. Posso modellare a mio piacimento il mio messaggio, ma non la mia voce.” Confermando l’assunto di Barthes, Luisa Trimarchi, nell’intento di raccontare la propria storia d’amore dando risalto ai tratti universali, non prescinde dai corpi: “Il mio corpo – senza il tuo – / nel corpo del mondo / è un corpo totalmente / morto.”, scrive nella poesia che apre l’intera silloge; ma al contempo, esattamente come Barthes, l’Autrice sa che la parola può essere menzognera. Ecco perché scrive di una “carne imbevuta di parole”, come ad auspicare una parola che sia un tutt’uno con il corpo, veritiera come quest’ultimo. Leggiamo: “Il tavolo come luogo / dove è approntato il corpo / che piange e stilla umori / in attesa di impasti sapienti / che rallegrino – mescolino / la carne imbevuta di parole – / annegata in sguardi muti – / è principio di racconti / di quando la voce grida / di una storia simile a tutte / le travagliate storie d’amore.” L’immagine del tavolo fa pensare all’obitorio in cui viene dissezionato un corpo morto (metafora dell’amore finito) per farne l’autopsia: da notare come amore e morte, nella poetica di Trimarchi, siano le due facce della stessa medaglia, esattamente come vita e morte. Del resto, l’amore è della vita la forza primigenia. Non a caso la poetessa intitola una sezione della silloge: “Andando – oltre ogni morte / Orfeo ed Euridice”, e apre questa parte con i versi: “Cresce il tempo dei morti / dentro la carne dei vivi: / contano le costole gli anni / di assenza senza più corpo / in pensieri […] che vivono di silenzi […] / lungo una riva – immaginaria- / tra il vero e l’indicibile. // (non resta che raccontare)”. Misteriosa e inesprimibile è l’origine della vita, come lo è la sua fine; altrettanto ineffabile e oscuro è l’insorgere dell’amore, come lo è il disamore. In questo è possibile trovare un parallelo ancora una volta con Barthes, che a tal proposito asseriva: “Certo, vorrei sapere che cos’è, ma, vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza.”
“Era sempre estate nel nostro tempo / buio solo per errore nel caldo primo / quando bussavi piano e io aprivo / felice perché mi sapevi e sapevamo / raccontare del mistero nel silenzio”, scrive Trimarchi sui primi tempi della relazione amorosa; aggiunge poi che forse l’amore trova una spiegazione proprio nella “banalità“ di arendtiana memoria, ossia nell’agire inconsapevole, in obbedienza a istinti naturali innati in noi in quanto creature terrene, analogamente a quanto sosteneva anche Freud, quando parlava delle pulsioni dell’Eros che spingono all’apertura verso l’altro. Ecco perché la Poetessa scrive che possiamo nasconderci a noi stessi, ma “non scompariamo mai / al mondo” di cui siamo parte integrante. Alla banalità dell’amore fa da contrappeso quindi la “banalità del disamore”, che ha una sua scaturigine nella “banalità di ogni / male”. Leggiamo: “Interrompi ogni legame / intermittente – in attesa / dell’interminabile – luce / infinita di ogni disattesa / disattenzione – disabitata / stolta – storta – storia buia / di banale disamore”.
Con amarezza la poetessa ravvisa nella fine del rapporto amoroso un depauperamento di quella spiritualità di cui invece dovrebbe essere sempre intriso l’amore, a favore di un crescente attaccamento alle cose, che sostituiscono le persone: “Scrivi di cose. / Fai parlare le cose. / Conduci le nostre / cose oltre la linea / delle mani intrecciate.”
In ogni caso, le domande sul perché della fine restano senza risposta: “Avrai anche tu – la domanda sottile / di chi immobile – muto – sospeso – / non vive più tempo – […] con il mare / nel naso senza più orizzonte ma solo / linee immobili – orizzontali come / mobili caduti in terra – affranti – / vuoti e muti – abbandonati – infine – / allo scadere dei vent’anni trascorsi – / insieme.”
Non resta che raccontare le storie d’amore come storie che ineluttabilmente segnano le nostre vite, che ci rivelano in tutta la nostra vulnerabilità, dal momento che affidiamo la nostra felicità alla presenza dell’Altro, che può, da un momento all’altro, inaspettatamente, dileguarsi, lasciando, dietro di sé, un insopprimibile senso di vuoto: “Non siamo mai così privi di difese, come il momento in cui amiamo”, scriveva Freud.
La poetessa però sottolinea la necessità di vivere l’amore come un importante percorso di crescita che porta a lasciarsi alle spalle l’infanzia e la paura dell’abbandono che inevitabilmente la segna, e, in quanto donne e dunque madri, a rammendare da sole le nostre ferite. Sull’amore che avvia all’adultità, Trimarchi scrive: “Era esattamente in quell’attimo – / è passata nel respiro della notte / nella veglia tra un’alba e l’altra – / i bambini che correvano / nelle braccia delle madri bambine. // (non voglio crescere – mormora / nell’oscurità – la voce lontana / che mescola il canto al grido / alla paura – mano nella mano)”; sull’essere madri di sé stesse, esattamente come le madri da cui noi tutte – in quanto donne – discendiamo, leggiamo: “Piccola mano di madre raccoglie / vestiti – rincorre sospiri sospinti / oltre le porte – nascosti oltre i tappeti / procede oltre i limiti del tempo / di ogni sopportazione in ogni / contraddizione da quando sei solo / madre solitaria di tante madri.”
La Poetessa ormai ha raggiunto quella maturità che le consente di guardarsi allo specchio “([…] nuda con le zampe di gallina e le caviglie frante / il passo lento su fianchi dismessi – memori / di una furia antica mai davvero sopita)”.
Inevitabile corollario del sentimento amoroso è l’attesa, che pervade i versi della raccolta. Un altro parallelo con Barthes, che nei suoi “Frammenti” scriveva: “La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.” Il controcanto della poetessa è: “Guardandomi dritto negli occhi / carta dopo carta […] sei sceso piano / posando la parola lì – nello squarcio / segreto […] sulla linea scoperta dove dici: / aspetta – aspettami. // E io attendo ancora.” Solo che, da madre, l’attesa non è rivolta soltanto all’innamorato amante, ma anche ai figli che dall’amore sono generati, e verso i quali l’amore perdura, ancora integro, incorruttibile: “L’attesa della tua venuta al mondo / era bianca come la neve che lenta / scendeva lungo la linea nitida / del tempo: dormivi quieto – attendevo / inerme – innamorata dell’idea di te. // (l’amore segreto squarcia le paure / bestiali di ogni abbandono: la morte / sarà domani)”. Attraverso il dialogo con i figli, la poetessa rivive a ritroso il suo percorso genitoriale, fino a rievocare, ancora una volta, il ‘kairos’, ossia l’attimo perfetto, “quello prima / di giungere al mondo”, lasciando intuire come la vita trascorra seguendo una sua circolarità. Ed è “il tondo l’unico / dove – dove voglio restare.”
Tutte le poesie di questa raccolta sono lettere scritte dalla poetessa con l’afflato di una madre, perché si rivolgono all’Altro, che sia il figlio, l’amato, la madre medesima dell’Autrice, oppure il lettore, solo con l’intento di dire ciò che sente mettendosi a nudo, svestita proprio dall’Amore che prova, senza aspettarsi nulla in cambio. E ancora una volta, proprio per decifrare questo aspetto, ci viene in aiuto Barthes, che sempre nei “Frammenti” scrive: “Essendo desiderio, la lettera d’amore attende la sua risposta; essa ingiunge implicitamente all’altro di rispondere: se questo non avviene la sua immagine si altera, diventa altra. […] (Chi accettasse le «ingiustizie» della comunicazione, chi continuasse a parlare con leggerezza, con tenerezza, senza che gli si risponda, acquisterebbe una grande padronanza: quella della Madre).”
In questa silloge è possibile scorgere non solo echi di Barthes, (non a caso una delle sezioni in cui è divisa la raccolta si intitola “Frammenti”, evidente riferimento all’opera del famoso letterato, con il quale l’Autrice evidentemente condivide l’intento di dissezionare l’amore nelle ‘figure’ di cui si compone), ma anche di tutte quelle poetesse che si sono servite di lettere in forma di poesie per esprimere il sentimento amoroso. Una per tutte, Alda Merini, e i celebri versi della poesia “Lettere”: “Rivedo le tue lettere d’amore / illuminata, adesso, dal distacco; / senza quasi rancore…”
Diceva Cioran che “La lettera, conversazione con l’assente, rappresenta il maturo evento della solitudine”. Ecco perché Emily Dickinson, altro sicuro riferimento di Trimarchi, scriveva, a proposito della sua poesia: “Questa è la mia lettera al mondo / che mai fu scritta a me”, confermando la sua volontà di dire senza attendersi una risposta. Luisa ricorda la famosa poetessa americana anche nello stile, dall’uso dei trattini alla cura della parola che proprio grazie alle pause viene esaltata e modulata dando espressione all’indicibile. Inoltre, in modo “ridondante”, l’Autrice gioca con le parole, scomponendole in sillabe che sapientemente ricompone – aggiungendo o levando consonanti e vocali – in parole altre, garantendo musicalità al fraseggio, attraverso assonanze e consonanze, e ampliandone così la potenza connotativa.
“L’amore è muto”, scriveva Novalis, “solo la poesia lo fa parlare.” Concludiamo allora con versi di Dickinson che riassumono egregiamente il significato della silloge di Trimarchi e che confermano come amore, poesia e morte formino una triade inscindibile: “Raccogliersi come un tuono fino al colmo / poi uno sperperarsi grandioso / mentre ciò che è creato si rintana / questo – la poesia sarebbe – / o l’amore – i due vengono insieme – / proviamo entrambi e nemmeno uno – / quello che ci attraversa e ci consuma – / perché nessuno vede Dio e poi vive-“

Ornella Mallo