Scriverti, di Ornella Mallo. Kemonia Edizioni, 2022
Esigenza di radicamento unitamente a una continua tensione verso l’oltre e verso l’altro sono gli elementi caratterizzanti questo libro, magistralmente curato, di Ornella Mallo per Kemonia Edizioni.
Il senso profondo del titolo credo risieda nel riconoscimento di quella vocazione dell’esserci che è tale nella misura in cui sa riconoscersi per e con l’altro. Martin Buber ci ricorda che esistono due modalità per entrare in contatto con ciò che è posto fuori di noi: c’è una relazione io-tu mediante la quale l’uomo entra in comunione con un altro, e c’è una relazione io-esso, strutturalmente diversa dalla prima, che oggettiva la realtà, trasformandola in uno sfondo inerte o un elemento a disposizione del potere predativo o trasformativo dell’uomo. Lo Scriverti della Mallo si inserisce nel solco di quella primaria esigenza di istituire una relazione profonda con chi è fuori di noi, ma è soprattutto una dichiarazione sulla natura dialogica cui obbedisce la nostra più profonda interiorità. L’io poetico, qui, si fa interlocutore di se stesso, e quindi delle proprie percezioni e dei propri sentimenti, nel tentativo di dare un nome, mediante un continuo e radicale scandaglio interiore, a vissuti prepotenti, che, a stento, la forma letteraria, altamente costruita e levigata, riesce a rattenere. L’opera della Mallo si snoda attraverso varie sezioni: Tra le mani…alberi, Solitudini, Introspezione, Autoritratto, Amore e disamore, Aghi di luce. Processi anaforici, tendenti alla climax, forme verbali esprimenti l’urgenza di un farsi o di un adempiersi connotano la prima sezione. Leggiamo:“Abitami,/amico antico,/acuto abisso./Accompagnami,/abbandoniamo assenze:/allarga ali,/abbellisci albe ancestrali,/ accogli affettuoso allodole, aironi,/albatri assetati,/api altruiste/alveari abbondanti…”
Abitami, accompagnami, accoglimi, accendimi, annaffiami, sono i verbi che la poetessa usa nella sua prima lirica, riferendosi alla figura arborea, simbolo di radicamento, ma anche espressione di quel continuo ascendere verso l’altro o l’Altro, di cui si avverte la mancanza. La divinità albero, divinità amante, ma, con più pertinenza, divinità padre, si pone come ancestrale presenza di un’alterità cui affidare tutta la propria e nascosta sensibilità. A questa alterità, l’io poetico cede la propria sovranità interiore, perché essa provveda a colmare “assenze”, ad abbellire “albe ancestrali”, ad alleviare “attese assolate”. Nel discorso poetico che la poetessa tesse pagina dopo pagina, l’albero è divinità archetipica che s’ identifica con la natura più profonda dell’uomo: “ Sei come me,/saldamente in bilico:/corteggi il vuoto,/sfidandolo. Temerarietà e ordinarietà; spirito d’avventura ed elogio della normalità sono i poli entro i quali oscilla la versificazione colta e vibrante di quest’opera. Altre volte il senso del radicamento e della tensione verso il cielo, o l’infinito, lascia il posto al mare e al suo movimento; una conchiglia allora “insuffla” dentro l’anima suoni rotondi di onde di mare. E in questo accostamento tra sonorità e rotondità può essere colto tutto il bisogno di una presenza che abbracci l’anima, che possa travolgerla e avvolgerla. Questo desiderio di un alfabeto profondo di dolcezza e di accoglienza, lo si rinviene nella poesia di pagina 22, quando l’autrice verga: …il Tempo/smussa l’aguzzo/in rotondi ciottoli/su cui scivola il mare. In questa continua oscillazione tra radicamento e dispersione, si staglia la metafora della Luna, immagine di un “pianto essiccato”, di un “silenzio gelato”, di materia butterata dalle ferite prodotte dalla collisione con mondi altri e opposti. La scrittura della Mallo procede per toni espressionistici alquanto forti: tante sono le aggettivazioni, le immagini cui incatena le parole, l’uso ripetitivo di suoni, di continue forme verbali che tradiscono il bisogno di un “avvento umano” nel quale sia finalmente portato a compimento, o a piena fioritura, tutto un pullulare di attese profondamente avvertite. Lo Scriverti di Ornella, in questa prospettiva, resta una sorta di preghiera intensa, perché qualcuno la raccolga e la esaudisca.
Il paesaggio interiore, costituito da “vane primavere”, “vuoti mari lunari”, ”navi fantasma”, è la confessione di quel desiderio di fusione panica con un’universalità nella quale possano finalmente dissolversi i miseri confini di ogni individualità. Non a caso l’immagine simbolo di questa nuova tappa è rappresentata dalla “sirena”, che è e diviene una cosa sola col suo mare. Così come una a iniziale connotava il tono della prima poesia, adesso, nel corpo della seconda sezione, una esse dolente disegna la percezione tutta interiore del sentirsi sola: “Scoprirmi sola,/sarcastica,/senza sogni,/ sospesa…. Si tratta di un sentire cui subito si oppone un io insorgente e resistente, non disponibile a lasciarsi trascinare dal torpore di un certo nichilismo: “Sostienimi speranza, sorprendimi: salvami”.
Sempre sul punto di cedere, ma sempre pronta a rinascere dalle proprie ceneri, la poesia della Mallo si pone come un continuo atto di reinvenzione del senso del vivere, non attinente alla sola dimensione letteraria, ma a tutta quanta la sfera esistenziale. Eppure, a volte, questa poesia così raggrumata sulla storia dell’io, sa uscire fuori da certi confini per divenire sguardo che si posa sul destino universale dell’uomo. E gli uomini che l’autrice vede sono “uomini soli, naufraghi di se stessi, uomini che possono essere salvati solo da “parole d’amore”.
Dopo l’illuminante esergo di Anais Nin (L’introspezione è un mostro divorante. Bisogna nutrirlo con molto materiale…, e allora smette di nutrirsi di noi) la terza sezione, appunto Introspezione, è un processo di vero e proprio “scorticamento” alla ricerca del proprio volto. Mediante la costatazione di un procedere folle, quasi uno “scappare” senza una meta, l’io poetico, attratto da un abissale richiamo e procedendo secondo la “velocità dell’angoscia”, finisce per schiantarsi spietatamente contro un muro invalicabile, quel “muro della terra” così ben cantato da Caproni ( Ho provato anch’io./E’ stata tutta una guerra/ d’unghie. Ma ora so. Nessuno/potrà mai perforare/il muro della terra).
Si tratta di un “immergersi/ nel più profondo blu”, nel quale poter “affondare le mani/ nelle parole d’amore/ sussurrate all’orecchio; nel quale “ritrovare “ anche i “propri errori”. Si tratta di un percorso a precipizio che conduce ad una lucida e quasi impietosa nozione di sé. Ma non c’è altra strada, sembra dirci la poetessa, che questo scendere nel “nicchio della propria solitudine” dove poter ancora “ascoltarsi” in un “silenzio/ che grida dignità”. E in questo processo di discesa, finire per abbracciarsi per potersi “librare in volo tra le nubi/ come un gabbiano/che non perde di vista/ il suo Mare.
Ed è lì che ognuno di noi può finalmente scorgere il profilo di un’anima “finalmente leggera”, libera di orpelli e condizionamenti, prossima alla “sua essenza”. E’ solo attraverso questi passaggi che lo Scriverti della Mallo arriva a pronunciare quel nome presente, ma continuamente nascosto tra i versi: “scoprire l’altro da me”, riempirsi di ciò per completarsi. “A Natale” – dice – “rinasco”.
Ancora un esergo illuminante, quello della Dickinson ( E se dicessi – non aspetterò! E se spalancassi i cancelli della carne – Li oltrepassassi per evadere – verso di te!) apre la sezione Amore e disamore. Si tratta di una sezione in cui l’io sembra sporgersi oltre se stesso e gioire dell’incontro con l’altro, chiunque questo possa essere.“E quel giorno/s’aprì il mare/dentro di me./ Nitidi, i miei abissi./Tu li illuminavi./Come la luna,/di me/conoscevo, solo una faccia./Quella mostravo,/immaginando di vivere./l’altro mio volto… /Tu me l’hai presentato./Ero malata./Tu/mi hai guarita… /Ci siamo incontrati./Da quel giorno/nessuno di noi due/è/lo stesso.
Come in certa poesia araba, che mischia sacro e profano, anche qui la Nostra dice dell’esperienza trasformatrice che nasce dall’incontro con l’altro; due versi potenti, a pagina 86, ne racchiudono il senso: “Due Lazzari esausti/ tornano a vivere. Dimensione dell’eros e dimensione mistica si fondono mirabilmente, senza che possano essere definiti confini precisi tra i due aspetti. L’altro è ciò che cerchiamo per comprenderci; lo sguardo dell’altro ci aiuta a comprendere il nostro: la conoscenza diviene allora percorso di “guarigione” e di trasformazione. Si tratta di un’esperienza delicata e sempre a rischio di essere vanificata, tesa com’è tra i “ vuoti e i pieni” dell’essere nostro, tra l’esserci e il mancarsi, tra porte che si aprono e si richiudono. Anche in questa sezione una esse morbida e avvincente intesse tutta la versificazione, come a indicare un movimento incantatore, di natura finemente erotica (Sono fumo/esco lenta/grigia/insidiosa/da una sigaretta/scivolo dalle mie nari/come un serpente/m’insinuo nelle tue/scendo giù nella trachea….).
Esaurito questo esercizio di scorticamento interiore, nella parte finale del libro, la nostra autrice si dedica ad un esercizio diverso. Parola e carne ora sono poste come ai lati di un fiume e tra di esse si pone, esigente, l’arte del dire in versi, l’arte che purifica sia il sentire che il dire. La Mallo si affida all’haiku e alla sua pronuncia rastremata, dopo il brulicante e appassionato dire delle pagine precedenti, lasciandosi guidare da quel grande maestro della poesia novecentesca che fu Ungaretti. Si tratta di poesie che riflettono sulla poesia, sulla sua stessa natura, tesa a operare “squarci sottili” nell’ opacità del quotidiano. Squarci che sono anche “evocazione”, un portare fuori, alla luce, ciò che resta nel fondo del mare interiore. E’un’esperienza radicale quella che qui viene compiuta, un “immergersi nuda/nel mormorio del mare ( e ognuno, per mare, potrà andare a realtà diverse, fra cui quella confusa e metamorfica del nostro inconscio). E in quel mare, ancora una volta, la parola confessa il desiderio nascosto di scoprirsi “alga”, lasciandosi portare senza alcuna resistenza dove questo vuole. Un desiderio sincero, dopo aver assistito allo “sgretolamento dei sogni”, allo scricchiolamento di tutte le stelle/ sotto i piedi”.
In questi ultimi versi c’è come un richiamo al dissolvimento, all’ abrasione dell’io, per aprirsi ai “suoni”nascosti, ai “canti inascoltati dell’anima”. Ancora una volta, come nelle poesie d’inizio, abisso e cielo si richiamano quasi a confessare una sintesi necessaria quanto impossibile, agognata ma impraticabile: ”Trovo silenzio./Pozzi i miei abissi. Il cielo in me”.
Il percorso sembra chiudersi con questa fede nell’attesa, in questo continuo sporgersi dell’essere perché qualcuno ci veda e ci chiami all’esistenza piena, perché la morte è il vivere senza essere visti, senza che qualcuno riconosca la dignità del nostro essere.Così ci dirà infine: “Amare:/ essere felice/al solo sapere/che tu trepidante aspetti/ me; oppure, in quello squarcio di verità che l’autrice intende come Aletheia: “Signore,/Ti cerco/per poi sfuggirti:/onde contrastano nell’anima/mia”.
L’opera della Mallo umanamente e poeticamente è un atto di testimonianza forte e provocante sulla potenza del sottosuolo interiore sul quale proviamo, forse superbamente, a erigere le fondamenta della nostra casa. I versi di questi libro dicono che non c’è altra scelta se non quella di scendere nella miniera del nostro io per scorgere veramente quali sono i suoi più profondi desideri. La poesia della Mallo, diario fedele di questa esperienza, apre a un profondo lavoro di discernimento interiore, a quella krisis necessaria per dividere il buono dalle erbe infestanti, lasciando che sia il lettore a ritrovare nelle parole di questa sensibile e colta poetessa, squarci del proprio mondo interiore e parole per illuminarlo.
Biagio Accardo

