Palermo 24/04/2026

Fabio Gagliano e Liborio Martorana

Il 25 aprile, come tutti sanno, si festeggia la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, cioè da un regime violento, autoritario e repressivo e quindi dall’occupazione tedesca susseguita ad una scellerata guerra dai connotati imperialisti.

Il fascismo lasciava dietro di sé decenni di repressione non soltanto in Italia, ma anche nelle sue “colonie” dove non si risparmiò dall’effettuare stragi di innocenti, organizzare deportazioni, campi di concentramento e altre nefandezze. Oramai la storiografia ci ha fatto conoscere gli orrori che i fascisti commisero in Libia, Eritrea e Balcani e non c’è proprio nulla di cui compiacersi.

Ma il fascismo fu anche (soprattutto) una enorme mistificazione, che nacque con belle parole e in seguito si sviluppò realizzando esattamente il contrario di quanto aveva promesso.

Tanto per rendersene conto ecco il  Manifesto dei Fasci italiani di combattimento pubblicato su “Il popolo d’Italia” il 6 giugno 1919 e noto come ‘Programma di San Sepolcro’ che così declamava:
Italiani!
Ecco il programma di un movimento sanamente italiano.
Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore perché antipregiudizievole.
Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti.
Poi il manifesto procedeva elencando i suoi rivoluzionari obiettivi:

1)Suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
Il minimo di età per gli elettori abbassato ai 18 anni; quello per i deputati abbassato ai 25 anni.
2)L’abolizione del Senato.
3)La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
4)La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.
5)La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavori la giornata legale di otto ore di lavoro.
I minimi di paga.
La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria.
L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
6)La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
7)Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.
8)Per il problema militare: L’istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione e compito esclusivamente difensivo.
8)La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
9)Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione italiana nel mondo.
10)Per il problema finanziario: una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera ESPROPRIAZIONE PARZIALE di tutte le ricchezze.
II sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense Vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.
La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell’85% dei profitti di guerra.


Come sappiamo, nessuno di questi punti fu mantenuto, anzi si cominciò ben presto a fare esattamente il contrario. Riportiamo alcuni esempi eclatanti: -Nel 1920 l’Italia attraversa una grave crisi economica, caratterizzata dalle lotte operaie e contadine dovute al carovita e alle difficili condizioni lavorative, effetto della riconversione della produzione bellica a produzione di pace. In Val Padana e in Puglia la lotta contadina si fa più accesa. Contro di essa proprietari terrieri ed esponenti dei Fasci di combattimento si alleano, ricorrendo sistematicamente alla violenza dello squadrismo, ovvero alle azioni punitive di gruppi di fascisti contro Camere del Lavoro, Case del popolo, sedi di partiti e di cooperative, singole persone. Tali azioni sono spesso ignorate in maniera complice dalle forze dell’ordine.

-Nel 1922, Mussolini abbandona due premesse dei Fasci di combattimento: il repubblicanesimo e l’anticlericalismo.

-Nello stesso periodo Mussolini presenta un programma che soddisfa i conservatori, abbandonando la linea giolittiana che colpiva i profitti di guerra; scioglie le amministrazioni comunali e provinciali guidate da socialisti e/o popolari; liquida le cooperative, limita le libertà sindacali.

-Nel 1924 Mussolini promuove una convenzione che concede alla società americana Sinclair Oil il monopolio della ricerca petrolifera in Italia, a condizioni svantaggiose per il pubblico interesse. In cambio, la società versò notevoli finanziamenti al partito fascista.

-Non parliamo poi della milizia che doveva avere esclusivamente uno scopo difensivo: oltre ad impiegare l’esercito nel reprimere i libici, il fascismo promosse la conquista dell’Eritrea e la guerra di Spagna.

-In ultimo, ma non certamente ultimo argomento, non solo fu disatteso il suffragio universale, ma alle donne fu “regalato” l’esclusivo compito di fare figli, escludendole da qualsiasi opportunità di lavoro e carriera. Questo argomento venne puntigliosamente precisato da Giovanni Gentile che esaltava l’abdicazione ai diritti della donna, ontologicamente madre e proprietà del marito con i seguenti, chiarissimi concetti: «La donna non desidera più i diritti per cui lottava […]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo [lo spirito] non potrà mai influire su quello [il corpo], che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui […]. La donna è colei che si dedica interamente agli altri sino a giungere al sacrificio e all’abnegazione di sé…»

(GiovanniGentile, La  donna  nella  coscienza  moderna,  in  La  donna  e  il  fanciullo,  Firenze,  1934).

Ma non finisce qui. A rafforzare le deliranti affermazioni di Gentile, Il pensiero fascista sulla condizione femminile fu meglio esposto dal “sociologo” Ferdinando Loffredo (Politica della Famiglia, Milano 1938) che così designava il destino femminile: «Le donne devono tornare ad un’assoluta soggezione all’uomo, padre o marito che sia; sottomissione, e perciò inferiorità, spirituale, culturale ed economica». Pertanto, la donna deve avere solo l’istruzione necessaria perché sia «un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa». E quante a questo si ribellano, dimostrano l’inferiorità del cervello femminile: «La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa […]. La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei […]. Deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici».

Ricordiamo inoltre, che il ministro dell’istruzione Giovanni Gentile, vietò alle donne di insegnare alle superiori italiano, lettere classiche e filosofia.

Non appare strano, che stando alle premesse sopra elencate, il fascismo impose che il salario delle donne fosse dimezzato anche a parità di mansione rispetto a quello dell’uomo. Si cominciò a precluderle anche il pubblico impiego, dove la loro presenza era più consistente, fissando la percentuale di posti da assegnare, a una soglia di solito non superiore al 10%. Infine parliamo del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che fu istituito dal regime fascista nel novembre 1926, con lo scopo di reprimere l’opposizione antifascista, in Italia e all’estero. Attraverso questo provvedimento fu reintrodotta la pena di morte e vennero creati

una nuova serie di reati su cui fu competente, appunto, un nuovo organo giurisdizionale con composizione e procedura militare.

Le sentenze del Tribunale speciale non erano suscettibili di ricorso, né di alcun mezzo di impugnativa, salva la revisione.

In questo modo, il Tribunale Speciale dello Stato assumeva la caratteristica di un organo giurisdizionale di parte, di fatto il braccio giudiziario del regime.

Le modalità di funzionamento erano semplici: dopo la denuncia, il caso veniva affidato alla sezione istruttoria del Tribunale e si poteva concludere con il proscioglimento dell’imputato o con il rinvio a giudizio. L’istruttoria era segreta e, di fatto, si limitava ad a utilizzare e riproporre le prove raccolte dalla polizia giudiziaria e dall’Ovra. Durante tutto questo periodo, gli imputati non potevano avvalersi di un avvocato difensore e rimanevano in carcere, dove subivano interrogatori con bastonature e torture e in stato di isolamento.

Raramente un processo durava più di due o tre giorni e più spesso poteva concludersi in poche ore, anche perché le sentenze erano già prestabilite. La procedura era molto sbrigativa: dopo l’interrogatorio frettoloso degli imputati e dei testimoni d’accusa, si passava alle richieste del pubblico ministero e, quindi, alla sentenza; gli avvocati della difesa venivano spesso intimiditi, interrotti e minacciati.

Moltissimi antifascisti subirono i processi del Tribunale Speciale: da Gramsci a Pertini, da Terracini ad Adele Bei, da Spinelli a Di Vittorio etc. Anche contro gli oppositori delle minoranze slave (“allogeni” come si diceva allora) il regime utilizzò il Tribunale Speciale, mostrando particolare severità: basti pensare che 26 delle 31 condanne a morte fatte eseguire dal Tribunale Speciale, furono irrogate a cittadini italiani di lingua slovena o croata.

Per finire, menzioniamo soltanto il confino politico e il manifesto sulla razza del 1938.

Oggi a distanza di ben ottanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale e con un governo di destra alla guida del Paese, tutto ciò che è stato scritto va a ricalcare fedelmente ciò che il fascismo fece. Costoro che stanno al governo e nelle istituzioni devono ringraziare la resistenza e gli uomini che la combatterono, se oggi hanno la facoltà di espressione democratica.

Bibliografia:

  1. 1-Del Boca, Gli italiani in Libia, Milano, Mondadori, 1994.
  2. 2-G. De Luna, Tribunale speciale per la difesa dello stato, in Dizionario del fascismo, a cura di V. de Grazia-S. Luzzatto, Torino, Einaudi, 2003
  3. 3-Berardo Taddei, Donne processate dal tribunale speciale 1927-43, Verona, 1969
  4. 4-Dal primo al secondo Risorgimento, su anpi.it (archiviato dall’url originale il 23 giugno 2012).; cfr. Bianchi 1979, p. 369.
  5. 5-Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi 2004
  6. 6-Renzo De Felice, Autobiografia del fascismo. Antologia di testi fascisti, 1919-1945, Minerva italica, Bergamo, 1978
  7. Sito ANPPIA https://anppia.it/
  8. https://www.micromega.net/fascismo-donne