IMMIGRAZIONE – DESTRA E COMPLESSITA’
di Fulvio Fisicaro
12/06/2025
Il fenomeno immigratorio interessa un’area geografica ove risiedono 1,963 miliardi di persone, il 70 per cento in Africa e il 30 per cento nelle zone dell’Asia più vicine all’Europa. Vivono con un PIL pro capite annuo pari a circa 2.000 dollari USA, ossia 165 al mese e 5,5 al giorno. Secondo un rapporto dell’ONU, il 60 per cento di chi vive nei paesi con questi redditi soffre di insicurezza alimentare in forma media o moderata e il 30 per cento in forma severa. La Banca Mondiale ha fissato la soglia di povertà estrema a 2,15 dollari USA al giorno. In Burundi, il paese più povero al mondo, 12.500.000 abitanti vivono mediamente con 0,61 dollari USA al giorno; restano sotto la soglia altri tredici paesi in Africa, Siria e Afganistan.
Valutando i PIL prodotti nel 2023, sono 1,424 miliardi le persone residenti nell’area che hanno un reddito al di sotto dei 600 dollari USA al mese e sono interessate a migrare perché l’economia dello stato di residenza non è in grado di sostenerle. Per raffronto, l’Europa ha circa 745 milioni di abitanti con un PIL pro capite annuo di 35.000 dollari USA; in fondo alla classifica europea dei singoli stati, l’Ucraina con un PIL pro capite annuo di 2.160 dollari USA, la Moldavia con 3.729 e il Kosovo con 4.889. In Italia, il PIL pro capite annuo è di 34.088 dollari USA.
Se si volesse praticare un piano di investimenti a casa loro, come più volte evocato e urlato tra gli applausi, che abbia per obiettivo l’elevazione del PIL pro capite dei paesi interessati al fenomeno immigratorio ad almeno 600 dollari USA al mese, il PIL dell’area dovrebbe crescere del 364 per cento. Per ottenere questo maggior reddito, sarebbero necessari investimenti per più di 40.000 miliardi di dollari USA, nell’ipotesi di una redditività degli investimenti vicina al 25 per cento e per sempre; sono ipotesi che non reggono sia in senso economico che finanziario. A raffronto, l’intero debito pubblico americano ammonta a circa 36.000 miliardi di dollari USA, quello italiano poco più di 3.470 miliardi. Le grandezze finanziarie di un piano d’investimenti che intervenga in maniera strutturale sull’economia interna di tutti i paesi da cui proviene l’immigrazione e che ne cambi radicalmente la condizione sono fuori dalla portata dell’Italia, dell’Europa, incerta sia in senso finanziario che politico, e del mondo.
In Italia, il piano legislativo vigente in materia di immigrazione persegue politiche che tendono a negare ogni diritto all’immigrato economico; in questo aspetto, è palese una grande mancanza di umanità. In Italia non è considerato diritto di ogni uomo lasciare il paese di propria residenza perché non in grado di nutrire a sufficienza sé stesso e i propri cari, alla ricerca di un maggior benessere. Si nega il diritto alla salute, alla prole, al futuro e talora alla stessa sopravvivenza. Questi diritti negati in nome del luogo di provenienza differente sono una discriminazione prossima al razzismo e alla xenofobia. Non è morale costringere parte dell’umanità a morire di fame a casa sua.
Il fenomeno immigratorio considerato nella sua realtà umana ed economica è una di quelle questioni che potrebbero giustamente definirsi di dimensioni bibliche, al quale nessuno oggi è in grado di dare risposte esaurienti. Ma è certo che alla destra e ai suoi proclami manca il senso della complessità: come se la realtà possa piegarsi per forza al tono di voce urlato con il quale usa esprimersi. Non è così: alzare la voce non cambia la storia.
