DISTOPIE E APPRODI ATTRAVERSO IL REALISMO TERMINALE”, di FABIO SEBASTIANI,

Recensione a cura di Ornella Mallo 28/06/2025

Nella poesia “Una disperata vitalità” Pasolini scriveva: «Venni al tempo / dell’Analogica. / Operai / in quel campo, da apprendista. / Poi ci fu la Resistenza / e io / lottai con le armi della poesia. // Restaurai la Logica, e fui / un poeta civile. / Ora è il tempo / della Psicagogica. / Posso scrivere solo profetando / nel rapimento della Musica / per eccesso di seme o di pietà.» Pasolini è stato il poeta che tra tutti gli altri si è particolarmente distinto per la passione e la veemenza con cui ribadiva nell’Italia del secondo dopoguerra, tra il 1950 e il 1975, anno della sua tragica morte, in un momento storico in cui la letteratura era ancorata a posizioni conservatrici, stanti l’arretratezza e il provincialismo della società di quei tempi, l’urgenza di una poesia civile che si schierasse contro il potere dominante, mossa dall’utopia di una rivoluzione sociale e spirituale che sarebbe venuta dal basso, dal sottoproletariato, quasi come una ripetizione di quella rivoluzione che si era verificata circa duemila anni or sono con le folle degli schiavi e dei reietti che avevano abbracciato il cristianesimo. Egli sosteneva la necessità di una poesia intesa come “impegno, cioè la chiara rappresentazione delle riflessioni del nostro io interiore sulla realtà del mondo”, contrapponendosi a coloro che riducevano la poesia a uno sterile e vacuo ripiegamento solipsistico del poeta su sé stesso. Pasolini auspicava una poesia psicagogica, che sommuovesse gli animi e suggerisse ai governanti la direzione da prendere a tutela degli invisibili, per porre rimedio alle discrepanze sociali e mettere un freno al materialismo dilagante.
A Pasolini si richiamano sia Fabio Sebastiani, autore della silloge “Se non torna il canto – Distopie e approdi attraverso il Realismo terminale”, silloge che mi accingo a recensire; sia il prefatore della succitata plaquette Guido Oldani. Il primo, Sebastiani, fa riferimento al poeta corsaro non solo nella poesia a quest’ultimo dedicata, in cui scrive: “Ma l’anima, no. Non l’ho sputata. / A botte orrende fluì solo il sangue / l’aria di una ruota che si sgonfia / piano.”, sottolineando come non siano stati soppressi né l’anima, né tanto meno il pensiero pasoliniano, ma anche quando nella nota introduttiva ribadisce il compito della poesia civile, cioè quello di “tessere approdi per evitare débacle”, riallacciandosi così alla poetica pasoliniana, che viene sviluppata seguendo il passo dei tempi contemporanei: “Oggi chi si avvicina alla poesia, scrive Sebastiani, non può non farlo senza una chiara allusione a una sorta di impegno civile. […] La poesia, più che i poeti, devo dire, oggi viene gettata violentemente nella realtà, costretta a subirne la nominazione, a rifare i conti, profondi, con il suo statuto, a correre in soccorso degli uomini”. Nella poesia “L’umanità batte sui vetri” richiama polemicamente i poeti alla loro missione di critici e, se è il caso, di oppositori all’assetto politico della società, asserendo: “A cosa servono quei poeti / che si credono grimaldelli / se, mentre l’umanità batte sui vetri, / loro fingono che sia pioggia?”
Dunque, Sebastiani rivendica il bisogno di una poesia le cui parole siano pienamente conformi alla realtà che nominano.
Il secondo, Oldani, chiama in causa il grande Pier Paolo nella potente frase posta in apertura alla prefazione: “Dopo Pasolini, la poesia civile sembra lasciata al pettegolezzo dei pensionati”. Guido Oldani è il fondatore del movimento letterario e artistico internazionale chiamato “Realismo terminale”, nel cui manifesto breve, firmato dal medesimo, da Giuseppe Langella e da Elena Salibra, leggiamo: “La Terra è in piena pandemia abitativa: il genere umano si sta ammassando in immense megalopoli, «le città continue» di calviniana memoria, contenitori post-umani, senza storia e senza volto. La natura è stata messa ai margini, inghiottita o addomesticata. Nessuna azione ne prevede più l’esistenza. Non sappiamo più accendere un fuoco, zappare l’orto, mungere una mucca. I cibi sono in scatola, il latte in polvere, i contatti virtuali, il mondo racchiuso in un piccolo schermo. È il trionfo della vita artificiale. Gli oggetti occupano tutto lo spazio abitabile, ci avvolgono come una camicia di forza. Essi ci sono diventati indispensabili. […] Perciò, affetti da una parossistica bulimia degli oggetti, ne facciamo incetta in maniera compulsiva. Da servi che erano, si sono trasformati nei nostri padroni; tanto che dominano anche il nostro immaginario. L’invasione degli oggetti ha contribuito in modo determinante a produrre l’estinzione dell’umanesimo. […] Di conseguenza, sono cambiati i nostri codici di riferimento, i parametri per la conoscenza del reale. In passato la pietra di paragone era, di norma, la natura, per cui si diceva: «ha gli occhi azzurri come il mare, […]» Ora, invece, i modelli sono gli oggetti, onde «ha gli occhi di porcellana» […] Il conio relativo è quello della «similitudine rovesciata», mediante la quale il mondo può essere ridetto completamente daccapo. La «similitudine rovesciata» è l’utensile per eccellenza del «realismo terminale»; il registro, la chiave di volta, è l’ironia. Ridiamo sull’orlo dell’abisso, non senza una residua speranza: che l’uomo, deriso, si ravveda. Vogliamo che, a forza di essere messo e tenuto a testa in giù, un po’ di sangue gli torni a irrorare il cervello. Perché la mente non sia solo una playstation.”
Pasolini aveva già preconizzato che il consumismo, portato alle sue estreme conseguenze, avrebbe pericolosamente allontanato l’uomo dalla sua essenza, l’umano da tutte quelle peculiarità distintive che gli sono proprie, e che si sarebbe giunti inesorabilmente, anche per effetto dell’informazione divulgata dai mass-media controllati dal potere, ad una massificazione e disumanizzazione del pensiero. Guido Oldani registra, con la propria intuizione, i danni prodotti dal capitalismo negli anni successivi alla morte di Pasolini, e cioè nel terzo millennio. E Fabio Sebastiani, sposando la tesi del realismo terminale, lo potenzia ulteriormente mostrando al lettore gli effetti disumanizzanti prodotti dall’artificializzazione massiva messa in atto dall’uomo, sulle città in cui oggi viviamo “Addomesticati… / … Ma soprattutto: / Accasati / Accatastati / Accasciati / Accaduti / Siamo Acca. Acca e basta. / H Muta.” “Non siamo più sillaba di universo. / Questo vagare afono abbrutisce.”, scrive.
Tutto ciò spiega il sottotitolo che Sebastiani ha scelto per la sua plaquette: “distopie”. Immagina infatti la città come un luogo in cui la mercificazione dei valori umani arriva a livelli parossistici: un vero e proprio “ultra – market”, in cui “Non si trovò libero più nemmeno un buco /”, dove “ai viali di città assegnarono cartelli autostradali: / qua di prodotti freschi e là di arnesi per il fuoco. // […] corso del Formaggio fuso sbuca in piazza delle Piade / e vicolo delle Barbie sta lì, presso la salita dei Lumini.”
Oltre alla spersonalizzazione degli individui, ridotti a poco più che merci di scambio, si percepisce netta la vanificazione della memoria storica: “Presto divenne chiaro che il signor Mazzini / e il grande condottiero Garibaldi / trapassarono da lapide ad offerte e ricchi saldi. / E che fu di Piazza Indipendenza? Cibo e collari per gattini. // Poi, che l’angoscia prese il posto di una caotica baldoria / e sparse come un velo di grigiore / senza più traccia salda di memoria, o di nobile valore / si partì alla ricerca, alcuni, della propria storia.”
Riecheggiano con tutta la loro forza profetica le parole pronunciate da Pasolini nel 1975, in “Scritti corsari”: “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un Paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, con la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia a una coerenza, a una tensione morale.”
Quanto afferma Pasolini nello stralcio appena riportato, per effetto della globalizzazione, anch’essa preconizzata, per la verità, dal grande poeta, non può essere circoscritto alla sola Italia. Assistiamo oggi impotenti a un mondo senza memoria, in cui “i pochi manipolatori dei miliardi dell’umano”, come li chiama Oldani, ossia i potenti della Terra, mettono in atto strategie intimidatorie, stermini e stragi, dimentichi degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, indifferenti al dolore dei civili innocenti che subiscono le conseguenze delle loro scelte. Con l’introduzione dell’Intelligenza artificiale come strumento di lavoro, l’artificializzazione arriva alle conseguenze più estreme, sempre più a detrimento dell’uomo, e tutto ciò è stato rilevato anche dal nuovo Pontefice, Robert Francis Prevost, che ha scelto il nome di Leone XIV proprio per ribadire la necessità di un impegno della Chiesa nel sociale, nel proseguimento dell’opera avviata da Leone XIII con la sua enciclica Rerum Novarum, in cui si affrontano in modo sistematico le questioni sociali emerse con l’avvento della Rivoluzione Industriale.
Nonostante il sottotitolo della silloge di Fabio Sebastiani parli di “Distopie”, come se il mondo descritto fosse soltanto frutto dell’immaginazione, le caratteristiche della città descritta da Sebastiani sono ravvisabili nella realtà di oggi in tutta la loro crudezza. Dal senso di vacuo che sottende ogni manifestazione sociale – “Nell’ultra- market, ben ordinato in paralleli e meridiani / mai cessarono i silenzi delle cadenze tra le casse / altri deliri e giri di giostre, come se d’incanto il niente fosse. / E, a ben vedere, niente c’era oltre il belvedere dai divani” -, al senso di costrizione e alla percezione della perdita della libertà, al punto che la città appare non solo come un ultra-market, ma come un vero e proprio “panopticon di merci”, che viaggiano e attraversano “fin dentro l’orifizio / di tutte le possibili cosmesi. / Stazione dopo stazione / in lento transito di coproliti / fraseggi densi di detriti / declinati dai nitrati coi nitriti.” Tutto perde la sua poeticità a favore della materialità più becera, da cui non è concepibile evadere: “Non si può evadere dall’ultra-market”, scrive Sebastiani, “Ci si può solo invadere / l’un l’altro / in angusto e reciproco torpore.”
Il termine “orifizio”, più volte ricorrente nella silloge, sta a dimostrare come dalle scarse aperture non passi altro che sterco. Perfino la luna, tanto declamata dai poeti, diventa una merce di scambio. Non è più la luna agognata, conquistata dall’uomo a fatica con la realizzazione del primo allunaggio. È semmai una luna che viene servita da un fantomatico venditore “A scaglie, in polveri / a pillole”; il mercante richiama i clienti gridando “La luna-signori-venghino.”, e aggiunge: “Non abbiate paura: /abbiate l’oro allora / che l’orifizio è qui”.
Tutto ha un prezzo, tutto può essere comprato. L’essenza delle cose va ricercata “a fine giornata” frugando con “sguardo basso” “nei sacchetti della spesa”.
E la verità? Che posto occupa la verità nella società così concepita? La verità è sempre più disgiunta dalla bellezza, e perde la sua religiosità, il suo valore assoluto. Scrive Sebastiani: “Nudo come parola / dentro corpo d’inchiostro / guardo la verità accaparrarsi / il posto della bellezza: / movimenti repentini e scaltri / dell’una e trina / mentre sta per calare il buio / mentre sta per farsi grande la pena.”
A questi estremismi si è giunti in modo graduale, esattamente come accade nella metafora della rana bollita. Nel “Prologo” Sebastiani scrive: “L’ora schioccò / senza farsi sentire / e quando ci si mosse / nei minuti a mentire / per affidarci al domani / scivolammo / tra vertigini e arcani / scompaginando l’intesa / sbrindellando l’attesa.”
Venendo meno la memoria, e senza prospettiva di un futuro, unico tempo assegnato è il presente, “ma è lo stesso manuale per tutti: / non si sciupa mai. / Buono per ogni occasione / vuoto di ogni occasione.”
Dunque, la città “è oggi mela che cade senza meta”: stagnante nel suo vuoto, “fin nelle maglie dei dissolvimenti /è assorbita / come stasi inconsapevole dell’universo. / Solo la mediocrità è libera di fluttuare: / maschere di cose i volti degli uomini. / Calchi di umanoidi / su chi non ha più volto.” All’uomo non appartiene niente più del “marchingegno a cui somiglia”, ossia la televisione dallo “schermo di ultima generazione”, che pure gli “sta a pennello / in protesi di cervello.”
L’umanità è assai peggiore della guerra che essa stessa produce, poiché dal dolore non si lascia attraversare, e dunque non può apprendere la lezione che la sofferenza impartisce, ossia imparare ad apprezzare il valore della bellezza della natura, mettendosi così in salvo. Leggiamo: “Peggio della guerra / c’è solo l’umanità / che si fa attraversare / da un dolore imbalsamato / sperando che prima o poi / si assorba anonimo / tra gli oggetti intorno. / E se prima o poi non lo cogli / il crepitìo del tramonto / se non lo sciogli / il nome vero dei silenzi / sarà che anche il tuo / si accenderà di apnee.” Il graffio può produrre una ferita- feritoia in grado di lasciar passare la luce: “Anche il graffio / che il predatore assegna / nell’andito calmo e serale / porta a carne / lucentezza: / certificato mai sopito / del coraggio. / E chi non se l’era / trascritto dentro / ora l’ha sulla pelle: / chiodo nel muro / che tiene la bellezza.”
Si chiude dunque il cerchio che si era aperto con la morte di Pier Paolo Pasolini: la lirica a quest’ultimo dedicata si conclude con un’utopia contrapposta alla distopia apocalittica descritta con acribia nei versi della silloge: l’utopia della poesia, che sgorgando dal dolore, rinnesta la bellezza nel mondo liberandolo dalla bruttura e dalla follia caotica da cui è pervaso. Leggiamo infatti a conclusione della poesia dedicata a Pasolini: “I semi della paura qui / ramificano senza germogli / ed entrano come dardi nella carne: / ma oggi farà tanta poesia.”
“Solo la poesia / graffia via la vita / ai muri di città.”
Ma quale poesia? Sebastiani si richiama alla poesia delle origini, quella nata ai tempi dei Greci ancora prima che nascesse la letteratura: la poesia del poiein, cioè la poesia del fare. E nella bella poesia “Fare a mano gli universi”, si serve dell’immagine delle mani per spiegare la capacità di creare insita in queste e nelle parole di cui si compone la poesia. Leggiamo: “Le mani fanno / mi dico. / Le mani fanno / non dicono. / E mi immergo / negli incroci / dell’equivoco. / È più di un dubbio / è stordimento: / dizionario povero / ricco di poesia. // Avverto il fare / che mi scava dentro / intanto / e discorre, quasi cantando / nel poiein.” Ecco spiegato il titolo “Se non torna il canto” che Sebastiani ha dato alla sua silloge: se il canto non torna, cioè se l’uomo non riacquista la capacità di dispiegare un canto che abbia almeno “un’oncia di buon suono”, non sarà possibile “la fuga dagli alveoli del nulla”. La parola deve essere “sfrontata, ardente / e aderente / a tutti i dettagli / ai fiati del cuore.”
Vengono in mente le memorabili terzine scritte da Dante sulla musica nel canto XIV del Paradiso: “E come giga e arpa, in tempra tesa / di molte corde, fa dolce tintinno / a tal da cui la nota non è intesa, // così, da’ lumi che lì m’apparinno / s’accogliea per la croce una melode / che mi rapiva sanza intender l’inno.” È proprio Sebastiani a citare Dante nella nota introduttiva, dal momento che il poeta fiorentino è stato senz’altro uno dei più grandi poeti civili di tutti i tempi. E il canto di cui parla Sebastiani deve avere quella capacità di rapire l’animo e di mandarlo in estasi, così bene descritta da Dante e da Pasolini nei versi atralciati da “Una disperata vitalità”, da me riportati all’inizio di questa disamina. E per meglio esplicitare la visione che della poesia ha Sebastiani, è utile ricordare l’espressione “transcreazione” coniata dal poeta arabo Adonis, per dire che «la poesia permette agli uomini di (ri)creare il mondo, ancora meglio di “riedificarlo”»*. Scrive al proposito Pasquale Vitagliano nel bell’articolo dedicato alla poesia civile uscito su “Pubblicazioni letterarie”: “Se il dominio dell’IA vuole inchiodarci nello spazio quantitativo della probabilità, la poesia ci permette di tenere vivo il mondo del possibile, immaginabile e realizzabile, fallibile, eppure, proprio per questo, interamente e autenticamente umano.”
Da un punto di vista squisitamente formale, Sebastiani si serve ampiamente nelle sue liriche oltre che di metafore, impiegate al fine di rendere visibile al lettore “l’impianto nella pianta di città.[…] scandito come la via crucis.”, anche delle figure retoriche delle allitterazioni, delle assonanze, consonanze, rime interne ed esterne, proprio per garantire alla sua poesia quella musicalità così centrale nella sua visione poetica. Notevole l’impiego di neologismi da lui coniati, come “canarsi”, o “attrafiggere”. La silloge si presenta divisa in capitoli i cui titoli riportano le codificazioni di alcune categorie merceologiche.
Il linguaggio imita i suoni duri e metallici che percorrono il budello della città distopica, mentre si fa dolce nelle parti liriche, in cui il poeta lascia cantare il cuore. Si pensi per esempio alle poesie in cui descrive gli storni di rondini, di pasoliniana memoria. In altre parti, è protagonista dei versi una mordace ironia, necessaria per interporre un certo distacco dalla realtà che si intende descrivere e caricaturare.
Sebastiani riesce efficacemente nel suo intento di scuotere il lettore e di svegliarlo dal torpore catatonico in cui i potenti della Terra vorrebbero avvilupparlo. Risuonano come un presagio, come una predizione di possibile salvezza i versi con cui si chiude l’ultima poesia della silloge, dal significativo titolo “Il pungolo dell’umano”: «Il testimone fa l’orlo alla luce, intanto / e con le mani conduce il tessuto all’umano / perché non si sfilaccino mai l’alba e il tramonto / perché il “mai più” non sia più profano.»
Sarà gradito all’Autore riportare in conclusione quanto scrive a proposito della poesia Agamben, perché mi pare che ne condensi il pensiero: “”la lingua della poesia” è “l’indistruttibile che resta e resiste a ogni manipolazione e a ogni corruzione, la lingua che resta anche dopo l’uso che ne facciamo negli SMS e nei Tweet, la lingua che può essere infinitamente distrutta e tuttavia rimane, così come qualcuno ha scritto che l’uomo è l’indistruttibile che può essere infinitamente distrutto”.

Ornella Mallo

*cit. di Vitagliano, contenuta nell’articolo “La poesia permette ancora di (ri)creare il mondo”, edito su “Pubblicazioni letterarie” il 29 maggio 2025