di Amalia Vingione
Nel suo libro Il barone dei Matti, Antonio Mistretta riporta alla luce una figura affascinante e poco conosciuta della storia italiana: Pietro Pisani, barone siciliano, esattore reale, appassionato di archeologia e musica, intellettuale raffinato. Un uomo capace di infrangere le convenzioni del suo tempo e di reimmaginare la psichiatria non come disciplina coercitiva, ma come arte dell’ascolto e della liberazione.
Quando Pisani assume la direzione della Real Casa dei Matti di Palermo, decide che quel luogo non sarà più una prigione per anime smarrite. Invece di rinchiudere, apre. Invece di legare, accoglie. Musica, arte, bellezza diventano strumenti terapeutici. Le catene spariscono, le porte si aprono a nuove possibilità. Un approccio sorprendentemente moderno, che anticipa di decenni – anzi, di oltre un secolo – le battaglie di Franco Basaglia e la rivoluzione della psichiatria democratica.
Mistretta racconta la vicenda con sensibilità e rigore, tracciando il profilo di un uomo che fu, insieme, scienziato e poeta, razionale e folle, aristocratico e anticonformista. Pisani non si limitò al mondo della medicina: intervenne nel dibattito culturale e artistico, impedì il trasferimento all’estero delle Metope di Selinunte, organizzò spettacoli d’opera per un solo spettatore, si autodefinì “il primo dei matti di Sicilia”. Una figura che sfugge alle definizioni tradizionali, e proprio per questo risulta tanto affascinante quanto attuale.
Il libro invita anche a riflettere sul significato della follia e su come la società scelga, spesso arbitrariamente, chi considerare “normale”. Pisani ebbe il coraggio di rifiutare questo confine. Vide nella malattia mentale non un nemico da combattere, ma un’altra forma dell’essere umano da comprendere. E in questo stava la sua forza: nel vedere l’invisibile, nel sentire dove gli altri tacevano, nell’osare dove gli altri giudicavano.
Come scrisse Sciascia, Pisani era “saggio al punto da riconoscersi folle, e abbastanza folle da ritenersi tra i folli il più saggio”. Questa citazione racchiude lo spirito del libro e dell’uomo che racconta: un ribelle lucido, capace di trasformare il manicomio in un laboratorio di umanità.
